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L'Articolo da non perdere


30 agosto 2006

Intervista di Gianni Riotta al Ministro degli Esteri Massimo D'Alema

Dal Corriere della Sera
Intervista al ministro degli Esteri
D’Alema: l’Onu è tornata protagonista
«Il fondamentalismo non si combatte facendo le crociate»
«Da gennaio saremo nel Consiglio di sicurezza fino al 2008»
 
ROMA — Secondo il New York Times il ministro degli Esteri Massimo D’Alema è «preoccupato e compiaciuto» alla vigilia della partenza della forza di pace Onu per il Libano. Nel suo ufficio alla Farnesina, circondato dal suo staff, D’Alema sembra proprio orgoglioso per il risultato del suo governo e consapevole dei grandi rischi ancora aperti in Medi Oriente. «Facciamo un passo indietro, voglio spiegare il filo della nuova politica estera italiana. Noi abbiamo contribuito all’apertura di una fase diversa nel mondo, caratterizzata dalla fine dell'unilateralismo seguito all’11 settembre 2001. Siamo ritornati al multilateralismo, l'Onu è protagonista, l’Europa al centro, l’Italia è tornata sulla scena».

Perché la forza di pace internazionale schierata al confine Libano-Israele dopo la guerra dei 33 giorni con la forte presenza di truppe italiane rappresenta secondo lei una svolta?


«E’ il ritorno alla politica dopo l’ossessione dell’uso della forza come sola risorsa. Parlo di un’intesa tra Onu, Europa e Stati Uniti che pochi prevedevano. Abbiamo lavorato a contatto con gli Stati Uniti. So che non pochi prevedevano la caduta del governo Prodi sulla politica estera e la rottura con gli Stati Uniti. Invece agiamo con il consenso dell’opposizione e l’amicizia e la collaborazione con Washington s’è rinsaldata».

E’ anche merito dei buoni rapporti stabiliti con Israele ai tempi del governo Berlusconi?


«Preferisco parlare del presente e del futuro della politica estera italiana ».

Il «New York Times» la definisce «preoccupato e orgoglioso» per il consenso alla missione internazionale e per il ruolo di Roma, ma anche consapevole che il difficile comincia adesso. Le ragioni della guerra tra Israele e Hezbollah sono intatte, l'ombra dell'Iran si proietta sul Libano.


«Le riserve più intelligenti e la posizione più onesta, come spesso capita, le esprime Giuliano Ferrara sul Foglio. "E’ un successo", ha scritto, "ma non ci credo". E, certo, puntare in Medio Oriente sul pessimismo è scontato. Ma io vedo un cambiamento di agenda: dopo l'Iraq sembrava che la forza fosse la sola soluzione, oggi torna la politica. I fondamentalisti sfruttano anche la risposta militare dell'occidente per reclutare e aumentare il consenso. Ci sono fasi in cui l’uso della forza può servire a difendere i diritti umani ma la soluzione deve essere essenzialmente ricercata nella politica».

Gli storici israeliani Van Creveld e Benny Morris ritengono che Hezbollah e l’Iran escano incoraggiate dalle settimane di guerra e non disposte a fare marcia indietro. La forza di pace non può disarmare direttamente le milizie dello sceicco Nasrallah, l'esercito libanese non è agguerrito, Teheran sa che Russia e Cina non lanceranno sanzioni all'Onu. Come ribaltare i pericoli?


«Il processo è solo cominciato. L’idea di una crociata contro il fondamentalismo è sbagliata, il mondo islamico ha mille volti, l’Iran è un grande paese, con culture e identità diverse e con una società civile molto forte ed articolata. È stato il moderato Kathami a dire che la sola politica di isolamento ha finito per rinforzare la popolarità di Ahmadinejad».

Che fare se Teheran alza la voce anche davanti alle offerte blande, e lancia in sfida la repressione contro la Ebadi?


«La democrazia non ha alternative, la libertà non è patrimonio dei neoconservatori. E’ piuttosto un processo complesso, la credibilità di chi l’ha predicata e poi ha usato la tortura e gli abusi dei diritti civili è in crisi e quelle campagne hanno nuociuto all’Occidente ».
La tesi di Massimo D’Alema è semplice: l’unilateralismo del presidente Bush si è arenato, torna l’ora della politica. La guerra al terrorismo c’è, la rivolta fondamentalista va contrastata, ma alla forza deve accompagnarsi la politica, per drenare consenso.
«Hamas ed Hezbollah non sono al Qaeda. Oltre alle note responsabilità di azioni terroristiche, hanno anche snodi politici, si occupano di assistenza. L'Ira e l'Eta da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare questa metamorfosi in Medio Oriente. Le sigle che sono dedite al puro terrore vanno invece combattute e sconfitte».

Osama e la sua rete sono però decisi a non arretrare, sono in guerra contro ogni occidentale e contro ogni musulmano che non legga il Corano da testo totalitario. Abu Mazen stesso è un loro nemico.


«Ragione di più per appoggiare Abu Mazen e chiunque nel mondo islamico, moderato, riformista, pragmatico, sia nostro interlocutore contro i terroristi. Credo che Hezbollah abbia preso una botta militare dura, ragione di più per lavorare al rilascio degli ostaggi, alla sicurezza di Israele e alla pace in Libano. La Siria va ricondotta nel processo di pace, dicendole chiaro che altrimenti resterà isolata. Nei miei viaggi mi hanno colpito il premier libanese Siniora, persuaso che la democrazia sia la strada per il suo paese, Abu Mazen il solo che possa arginare Hamas nella prospettiva di un governo di unità nazionale, e noi dobbiamo negoziare con lui, e il presidente egiziano Mubarak, preoccupato dalla crescita dei fondamentalisti».

Ma i Fratelli Musulmani si sono moltiplicati al Cairo, proprio perché si sono alimentati di un risentimento all’interno del mondo arabo.


«Vero. Sono paesi in cui c’è bisogno di più democrazia, non è facile cambiarli in breve e certamente la fretta e le forzature non aiutano».

Anche in America molti sono persuasi che l’unilateralismo dei repubblicani sia al tramonto. I democratici, per bocca dell’esperto senatore Joe Biden sembrano rassegnati all’Iran nucleare, parlano di tornare al "contenimento", come ai tempi della guerra fredda. Come dialogherete con questa strategia?


«E’ possibile che Biden sia troppo pessimista. Se coinvolgiamo la Russia e l’Onu nella trattativa con Teheran non vedo perché dovremmo fallire. L’Italia deve entrare nel gruppo che dialoga con l’Iran, la nostra storia e i nostri interessi ci legittimano. Da gennaio saremo nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu fino al 2008, e useremo il nostro seggio in chiave europea, per far sentire meglio, e con più forza, la voce dell’Unione all'Onu. Il diritto internazionale è la bussola, ne ha scritto bene per il Corriere lo storico Sergio Luzzatto. Possiamo seguire un corso che non eliminerà subito né guerra né terrorismo,ma ci legittimerà proprio in ragione della difesa dei valori fondamentali della democrazia».

Alla manifestazione per la pace di Assisi c’erano i ritratti di Nasrallah e molte voci ostili alla missione a Kabul hanno applaudito quella in Libano. Come persuaderà il movimento pacifista della sua strategia delle forze internazionali al servizio dei diritti umani?


«Ad Assisi i ritratti erano due, ma all’interno di una manifestazione il cui slogan era "Forza Onu". Tuttavia in va detto che in alcune circostanze i diritti umani possono essere difesi anche con un intervento di peacekeeping, come ora in Libano. Ero primo ministro ai tempi della guerra nei Balcani, quando abbiamo impedito il genocidio in Kosovo, poi però abbiamo contribuito a pacificare la regione proteggendo anche i serbi. La guerra asimmetrica si vince anche con il consenso, non solo con i soldati».

I suoi avversari l’hanno criticata per la "passeggiata" a Beirut con un leader Hezbollah. Quali sono invece i suoi ricordi personali?


«E’ squallido sentire definire cinicamente "passeggiata" un gesto che voleva testimoniare la solidarietà con una popolazione colpita dagli orrori della guerra appena tre ore dopo la fine di un bombardamento. Intuivo che ci potessero essere Hezbollah, maero coinvolto dal dramma umano in corso, non mi interessava chiedere documenti. Perché non ricordare piuttosto il mio incontro con la giovanissima e affranta moglie di uno dei soldati israeliani rapiti? Ho lavorato per portarli a casa, non per seminare odio. Per questo il ricordo che mi porterò per sempre dentro è il discorso dello scrittore israeliano Grossman sulla tomba del figlio Uri, caduto tra i paracadutisti di Gerusalemme. La pace e la ragione contro l’odio. Mi son ricordato che i politici valgono per quel che fanno non per quel che dicono».

Dicono che il suo rapporto con la segretario di stato Condoleezza Rice sia buono, contraddicendo le previsioni di qualcuno. Com’è in realtà?


«Ottimo, è una donna seria e preparata. Sull’isola di Marettimo, a barca ormeggiata, le stavo parlando proprio con questo telefonino e ho concluso dicendo "Bye bye Condy". Un pescatore ha scosso appena la lenza e mi ha detto "Onorevole, non stava parlando con la Rice! Non ci credo». È il solo sorriso di D’Alema, dopo quello meno allegro riservato a chi gli ricorda la sconfitta della sua Roma in super Coppa.

E ora ministro?

«Mi piacerebbe scrivere un libro sulla storia della mia generazione, sul bene e il male che abbiamo attraversato. Ma per ora il tempo è poco». Con l’Italia in Libano, in Consiglio di Sicurezza e forse a negoziare con l’Iran perchè la preoccupazione descritta dal New York Times si sciolga tutta in orgoglio ci vorrà molta fatica e una buona dose di fortuna.

Gianni Riotta
30 agosto 2006




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4 marzo 2006

Unpausa per riflettere l'articolo del nostro Presidente Giorgio Napolitano e l`intervista a Pietro Ingrao.

29 agosto 2006

Napolitano: nel ´56 sull´invasione aveva ragione Nenni

Roberto Roscani


«La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal Pci, e da me condivise, nel 1956 e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti "di aver avuto ragione" valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi in quel cruciale momento». Firmato: Giorgio Napolitano.

Cinque righe secche. Parole come pietre in un messaggio che il capo dello Stato ha inviato a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. Verranno pubblicate, insieme al capitolo sul ‘56 del libro «Dal Pci al socialismo europeo. Un´autobiografia politica» di Napolitano (edito lo scorso anno da Laterza) in un libro riflessione che la Fondazione farà uscire a fine ottobre.

Perché pesano davvero quelle parole che arrivano mezzo secolo dopo i «fatti d´Ungheria»? Perché dentro c´è una combinazione di consapevolezza politica e di partecipazione umana che non ammette scorciatoie, che impedisce infingimenti, che non chiede scuse ma scusa. Napolitano non ha aspettato certo il 2006 per dire che «Giolitti aveva ragione».

Vent´anni fa aveva già apertamente riconosciuto le ragioni di quel suo amico e compagno che nell´VIII congresso del Pci aveva condannato con grande nettezza l´intervento militare sovietico in Ungheria contro una rivolta popolare definita dall´Urss «controrivoluzione». Eppure nel ‘56 fu proprio Napolitano tra i primi ad attaccare Giolitti al congresso, con parole dure e con una giustificazione dell´intervento militare sovietico come di un elemento di "stabilizzazione internazionale" e addirittura come un contributo alla pace nel mondo. E di questo c´è un aperto riconoscimento accompagnato da una profonda riflessione autocritica nelle pagine della sua autobiografia.

«Mi mosse allora, ritengo, anche un certo zelo conformistico»; ma c´è qualcosa di più, quel terribile errore nasceva dal «concepire il ruolo del Pci come inseparabile dalle sorti del "campo socialista" guidato dall´Urss». Ma in queste righe c´è anche politicamente un passo in più: dare ragione a Giolitti chiudeva infatti una ferita interna al Pci (e d´altra parte la strada di Napolitano e Giolitti si era ricongiunta in mille occasioni sulla scena politica italiana ed europea). Dare ragione a Pietro Nenni e al Psi per le posizioni che avevano assunto nel 1956 significa riconoscere ad un partito della sinistra (i compagni con cui si era costituito il Fronte Popolare) la capacità di aver visto giusto. Per il Psi nenniano quel giudizio fu il primo strappo dall´Urss, fu un passo fondamentale per la costruzione di una «autonomia» dal «campo socialista» e anche dall´ingombrante alleato comunista.

«Per me - spiega Giuseppe Tamburrano - quelle parole hanno un enorme valore. So bene che il Pci del 1956 non avrebbe potuto rompere con Mosca: non ce ne erano le condizioni, il partito si sarebbe lacerato. Ma certo guardando indietro con gli occhi di oggi mi viene da dire: se allora il Pci avesse assunto una posizione meno netta (penso soprattutto alle parole di Togliatti, sprezzanti contro quella che anche nel Pci tutti chiamavano una tragedia), se avesse prevalso Di Vittorio, che ha sempre criticato l´intervento sovietico a reprimere la rivolta popolare ungherese, forse avremmo scritto una storia diversa dell´Italia e della sinistra italiana».

Se... se... Quello del 1956 e dell´Ungheria è uno dei capitoli su cui il Pci e tutti i gruppi dirigenti che lo hanno attraversato, ha più riflettuto. È certamente impossibile ripercorrere quell´anno (dal XX congresso del Pcus con la denuncia chruscioviana dei mali e degli orrori staliniani alla rivolta ungherese sostenuta dal partito comunista di quel paese e soffocata nel sangue degli studenti e degli operai ma anche dei dirigenti comunisti come Imre Nagy e Pál Maléter) senza leggerlo come uno di quegli snodi, di quelle biforcazioni della storia. Quel bivio fu colto da Nenni che riuscì a portare il Psi (dove pure le componenti filosovietiche erano forti, dove nella base era stato salutato con orgoglio il premio Lenin che Stalin consegnò a Nenni) sulla strada che il Pci avrebbe preso compiutamente solo molti anni dopo. «La verità è che vedevamo poco, sentivamo poco le grandi questioni di principio - libertà e democrazia - che erano in gioco nel giudizio sui "fatti d´Ungheria". O meglio restavamo nel chiuso nelle certezze ideologiche... Molti anni sarebbero dovuti passare perché ci identificassimo pienamente con l´eredità più alta del liberalismo e della democrazia anziché considerare sacrificabili, dove si pretendesse di edificare il socialismo, o meramente formale regole, le garanzie, le procedure della democrazia politica. Lo disse Enrico Berlinguer, ma solo nel 1977»: parole di Giorgio Napolitano.

Ora quello che allora era un giovane dirigente del Pci non si nasconde gli errori e rivendica semmai la strada (la fatica, il dolore, l´impegno) percorsa insieme a tanti altri è presidente della Repubblica. La sua riflessione nelle poche righe inviate alla Fondazione Pietro Nenni (dopo le molte scritte e argomentate da decenni) farà riflettere e discutere, anche perché siamo alla vigilia delle celebrazioni ungheresi a cinquant´anni dalla rivoluzione del ‘56. Il Quirinale sta preparando il viaggio del presidente a Budapest dove è stato invitato per l´occasione.

In Italia, dove spesso le polemiche storiche sono pretesto per risse e linciaggi da parte della destra, qualcuno ha fatto finta che questa strada non fosse stata compiuta. Già vent´anni fa - come rivendica nei suoi scritti - Napolitano riconobbe che «Giolitti aveva ragione»; oggi allarga il discorso alla sinistra italiana e ai meriti di Nenni.

Per i critici più "sottili" che sfidano il presidente della Repubblica e chi viene dal vecchio Pci a chiamare col nome di rivoluzione gli eventi d´Ungheria non resta che rimandare all´incipit del capitolo che Giorgio Napolitano dedica nella sua autobiografia proprio a quelle vicende: «...ci fu prima il trauma del 1956: dei "fatti d´Ungheria", della rivoluzione ungherese e della sua repressione».

Pubblicato il: 29.08.06  L'Unita

Leggo e riporto dal
 quotidiano L'Unità                elioweb
02.03.2006
«1956, i miei errori nel nome di Lenin»

Perciò, intervista «obbligata» con Ingrao, testimone diretto degli eventi nel Pci e direttore de l’Unità nel 1956. Quello citato sopra è un frammento di una conversazione avvenuta in casa sua a Roma. Impervia e un po’ tormentata. Perché Ingrao all’inizio non è affatto persuaso che l’intervista sia poi tanto obbligata: «Non sono così presuntuoso e sono cose di cui ho già parlato tante volte!». E poi Pietro - ipocrita darsi del lei davanti ai lettori - alla vigilia delle sue 91 primavere (31 marzo) ha un sacco da fare. Un’intervista sul cinema di Visconti. Una sulla musica classica («se dovessi bruciare tutto, salverei solo le cassette»). E l’infinita autobiografia che sta ultimando e che abbiamo sbirciato, quasi pronta per la stampa. Non molliamo la presa. E così, salite due volte le scale della sua casa dietro Piazza Bologna e dopo invio di traccia scritta, lo convinciamo. Ne nasce un colloquio fluviale, con dentro moltissime cose. Le emozioni e il clima delle rivelazioni su Stalin. L’iniziale muro di gomma di Togliatti e l’apertura delle cataratte. L’aspro confronto interno, inframezzato dalle due «mazzate»: rivolta polacca e Ungheria. E poi ancora l’VIII Congresso del Pci, quello del caso Giolitti: «Aveva ragione sull’Ungheria - dice Ingrao - e per coerenza con la proclamazione del pluralismo avremmo dovuto riconoscere il suo diritto al dissenso». Ingrao inoltre è convinto che quegli anni furono decisivi per aprire un ciclo di rinnovamento: «Portavamo sulle spalle i peccati dello stalinismo ma riuscimmo a non farci isolare, perché incarnammo grandi battaglie di progresso e libertà per milioni di persone». Il che - malgrado le occasioni mancate nel superare «l’appartenenenza di campo» - predispose il Pci agli «appuntamenti» del decennio successivo: centrosinistra, ripresa operaia, lotte del 1968. E pure di questo a lungo s’è parlato. Alla fine però decidiamo insieme di salvare solo il nocciolo iniziale del colloquio: il 1956. Che era poi il progetto originario dell’intervista. Ed ecco quel che Ingrao ci ha detto su quell’anno fatale nel Pci.

Togliatti arriva a Roma alla Stazione Termini, pochi giorni dopo la lettura del rapporto segreto di Krusciov e la fine del XX Congresso del Pcus. E tu eri fra quelli che andarono a riceverlo. Quali erano i tuoi pensieri e quali le tue prime mosse al momento di incontrarlo?
Al ritorno di Togliatti a Roma, in quel drammatico inverno del 1956 - io ero ancora direttore dell’Unità - insistetti più volte, a lungo, per avere da lui un’intervista sulle rivelazioni di Krusciov. Anche perché Boffa, il nostro corrispondente che da anni lavorava a Mosca, ci informava sul fermento che scuoteva quel paese: pensare che dopo anni uscivano dalle carceri, oltre che dai campi di concentramento, uomini e scrittori pieni di speranze, di timori e anche desideri di vendetta».

Insistenze disattese e frustrate?
«Alle mie richieste rispondeva sempre di no, senza dare spiegazioni. Nel rapporto al Comitato Centrale parlò a lungo della nuova era che si apriva in Urss, ma non disse parola sul rapporto segreto. A marzo la vicenda esplose. In America - sul New York Times mi sembra- venne pubblicato il testo del rapporto segreto. Gli americani lo avevano avuto dai comunisti polacchi, felici forse di poter dare qualche fastidio a quegli uomini di Mosca che tante angherie avevano fatto a quel loro partito. Tornai ancora da Togliatti ad insistere per un’intervista, che ormai mi sembrava persino obbligata, necessaria. Rispose ancora di no. E noi dell’Unità ci limitammo a riprendere le notizie sconvolgenti che oramai viaggiavano su tutti i giornali borghesi. Mi sembrava impossibile che un giornale come l’Unità tacesse».

Eri persuaso che una discussione prima o poi si sarebbe aperta in quel partito scosso da tante rivelazioni sconvolgenti che colpivano al cuore il mito di Stalin?
«Avvenne di peggio. Per la primavera erano indette in Italia le elezioni amministrative. Si può comprendere l’ansia con cui attendevamo - dopo le sconvolgenti vicende di Mosca- i risultati di quel voto. In aprile, difatti, si tenne a Livorno un Comitato Centrale straordinario. Togliatti tenne in quell’incontro livornese una lunga relazione di apertura, tutta dedicata alla vicenda. Senza nemmeno una parola sulle rivelazioni contenute nel rapporto di Krusciov. L’assemblea fu sconvolta e ferita da quel silenzio. Alla fine del discorso, mentre scattavano gli applausi di rito, Amendola e Pajetta tennero ostentatamente le mani schiacciate sul loro banco, a manifestare pubblicamente il loro dissenso. Poi nei corridoi che portavano alla scala si scatenarono nella massa dei compagni, commenti amari, proteste, interrogazioni smarrite. Nel pomeriggio parlarono all’assemblea Amendola e Pajetta e chiesero conto duramente di quel silenzio del capo. Nella sua replica finale Togliatti tacque ancora sugli eventi di Mosca. Disse solo alcune parole amarissime su ciò che aveva vissuto e patito nel suo soggiorno moscovita, al Komintern».

Finché la situazione si sblocca, con la famosa intervista di Togliatti a «Nuovi Argomenti». In cui parla di insufficienza della critica al «culto della personalità» sulla questione di Stalin. E tira fuori il «policentrismo» delle Vie nazionali, contro la logica dello stato-guida. Fu una svolta?
«Quel silenzio su Stalin non poteva durare più a lungo, di fronte alla tempesta politica che si era scatenata anche in Italia. E a giugno Togliatti concesse quell’intervista a Nuovi Argomenti. Contemporaneamente ne diede il testo in lettura a tutti i compagni della Direzione e anche a me. Ricordo le parole con cui accompagnò quei fogli. Mi disse: “Ecco il testo, non sono disposto a nessun cambiamento”; e la cosa era già evidente a tutti noi. L’intervista ebbe un’eco grande: in Italia e oltre frontiera. A luglio si tenne un Comitato Centrale già più sereno, in cui la riflessione sullo stalinismo si allargò, e si discusse anche delle iniziative possibili e della ricerca da impostare, compresa una rilettura della storia tormentata del Partito comunista italiano. E naturalmente subito tornò il nome di Gramsci. Presto però venne un grande mutamento di rotta».

La mazzata della rivolta di Poznan in Polonia, con decine e decine di morti...
«Scattò di nuovo la sanguinosa repressione sovietica sui moti sorti nella città di Poznan. E improvvisamente - credo senza consultazione con alcuno- Togliatti scrisse un articolo che legittimava la repressione. E già il titolo posto a quello scritto era grave e significativo. Si intitolava: La presenza del nemico. Era il vecchio, finito argomento tante volte usato da regimi tirannici per legittimare la repressione. Era un brutto segnale, e io non seppi capirlo. Anzi, presto vennero errori miei gravi, che sono rimasti nella mia mente come un errore amarissimo».

I carri sovietici a Budapest e quel tuo articolo che tanto ti è stato rimproverato: «Da una parte della barricata». Oggi lo rinneghi e sosteni l’esatto contrario. Con quali argomenti?
«In autunno scoppiò la rivolta ungherese. E presto si scatenò la repressione da parte di Mosca. Io allora scrissi sull’Unità quell’ articolo pessimo. Giustificava l’intervento sovietico ed era un articolo fatuamente enfatico, che ricorreva a quell’immagine romantica, “da una parte della barricata”, simbolo di tutte le insorgenze... E dimenticava che a Budapest c’era un popolo oppresso che insorgeva e l’esercito straniero di una grande potenza che reprimeva sanguinosamente. Certo: a Budapest c’era Minszenty, quel cardinale reazionario, e anche gruppi conservatori che tentavano una rivincita. Ma questo non poteva assolutamente giustificare la repressione armata condotta in quel paese da un esercito straniero. Pesava anche - dentro di me - la lettura sbagliata della rivoluzione proletaria non solo com’era stata interpretata sanguinosamente da Stalin, ma anche nella vicenda del leninismo, che mentre invocava la liberazione del proletariato serrava il potere nelle mani di un gruppo d’avanguardia. Più tardi, e ancora incompiutamente, compresi che liberazione del proletariato non poteva esserci se il potere restava stretto in poche mani, e avallato con le armi. Veniva crudamente cancellata la verifica quotidiana delle masse popolari (perché non usare queste parole antichissime?), misurandosi con tutti i rischi necessari che reca con sé il dibattito libero e l’apprendere fecondo che nasce dal confronto riconosciuto e cercato».

La tua critica nel tempo si è spostata da Stalin a Lenin, fino a scorgere nel leninismo il germe di tante tragedie posteriori. Come ci sei arrivato?
«Faticosamente, in seguito appresi a valutare anche tutti i limiti del leninismo: e come l’insorgenza eroica di una minoranza non valesse a cancellare la costruzione libera di un sentire comune. Compresi solo dopo che anche il disprezzo di Togliatti verso gli intellettuali di Irodalmi Ujsag era ingiusto e infecondo, perché si esprimeva in uno sbrigativo annullamento invece di misurarsi con la complessità: anche dell’avversario, del diverso da noi “rossi”, comunisti d’avanguardia. Tanto più che noi, in Italia ed altrove, non volevamo la liberazione di pochi, ma di molti, e dei più reietti, dei più bisognosi di interrogazione e di ascolto. Ma tutto questo cominciai a capirlo solo anni dopo».


L'Unità del 2/03/2006           P.C.I.




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21 febbraio 2006


Un pensiero per Luca


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                                   È morto Luca Coscioni 
 
*La mia malattia*


Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L'intelletto è l'unica risorsa che può aiutarti. Per quanto riguarda gli esempi pratici, se ne facessi uno, il lettore potrebbe apprezzarlo così come un cieco al quale è stato chiesto cosa prova nel vedere un tramonto 



   Luca è stato una persona meravigliosa forte coraggiosa,
mi adolora la notizia della sua morte, la sua storia mi a toccato il cuore e l`anima, mi ha fatto capire a me cattolico laico di sinistra l`importanza del suo discorso nella sua battaglia per la vita.
Ciao Luca non ti dimenticherò.
elio




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21 febbraio 2006

Dall' U N I T Á un interessante articolo.

     
                                                        

20.02.2006 l' Unità
Bell'Italia, amate sponde? Macché, il 40% degli italiani vorrebbe emigrare
di red

Italia bel Paese? Secondo i dati diffusi dall’Eurispes si direbbe proprio di no. L’istituto di ricerca ha condotto un’analisi sul fenomeno dell’emigrazione ed è emersa una situazione, per molti versi sorprendente: un italiano su tre andrebbe a vivere all’estero. I motivi di questa decisione? Una scelta radicale, dettata per lo più dalla convinzione di avere più chances occupazionali.

A pensarla così, ben il 37,8% della popolazione. Primi nella lista il 55,2% dei laureati seguiti dal 54,1% degli under 24. Anche il credo politico fa la differenza, infatti, si dichiara più favorevole a cambiare Paese gli elettori di centro-sinistra e di sinistra (46,1% e 42,7%) seguiti da coloro che si collocano al centro (39,3%). Meno motivati gli elettori di destra (20,6%) e centro-destra (21,3%).

Le donne sono le più riluttanti a fare le valigie, cambierebbe paese il 32,6%, contro il 43,4% degli uomini. I giovani, come detto, sono i più disponibili allo spostamento: il 54,1% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni e il 50,5% di quelli tra i 25 e i 34 anni. Percentuali che scendono notevolmente nella fascia d'età tra i 35 e i 44 anni (35,4%) e in quella tra i 45 e i 64 (36,3%), per inabissarsi al 23,2% degli over 65.

Titolo di studio e professione fanno la differenza. In base ai dati forniti dall’Eurispes, infatti, la predisposizione a vivere in un altro stato è maggiore in chi possiede un titolo di studio elevato. Il 55,2% dei laureati e il 45,9% dei diplomati infatti sarebbero disposti a spostarsi, mentre solo il 14,1% di coloro che hanno la licenza elementare farebbe la stessa scelta. Rispetto alla professione svolta i non occupati e gli studenti sono in gran parte pronti a trasferirsi (rispettivamente il 60,2% e il 64%), seguono liberi professionisti, commercianti e lavoratori autonomi (45,5%).

I paesi più gettonati? Sicuramente quelli europei. A primeggiare è la Spagna con il 14,2% di preferenze, seguita a poca distanza dalla Francia con il 12% e dall’Inghilterra con il 9%. Buon gradimento anche per Svizzera (7,8%) e Usa (7,3%), seguiti da Germania e Austria, meta indicata rispettivamente dal 3,7% e dal 2,8% del campione. Il 2,2% degli italiani, inoltre, sarebbe felice di andare nel continente australiano e l'1,4% in quello africano, mentre il nord-Europa è ambito dal 2,5% degli intervistati.

Opportunità lavorative (25,7%), curiosità (22,9%), vivacità culturale (14,2%) e maggiori opportunità per i figli (13,1%), questi i motivi principali che spingerebbero gli italiani a partire.

L’Eurispes, nell’indagine condotta con il ministero dell’interno, evidenzia anche che fino allo scorso anno quasi 4 milioni di italiani erano residenti all'estero. Ad emigrare in maggioranza sono i meridionali, siciliani in testa con il 17% del totale.  
Dal giornale l'Unità del 20. 02. 2006




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28 ottobre 2005

Per oggi lasciamo perdere la nostra politica, propongo un articolo che mi ha colpito.

Leggo e riporto dal: www.ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it commento di Barbara compreso.


17 Ottobre 2005

UN NUOVO GENOCIDIO?

Non amo i post lunghi e di solito non li faccio, ma di questo articolo, pubblicato sul Corriere di oggi, ogni frase è essenziale e non mi sento di tagliare neppure una riga.
barbara


«Noi boscimani, cacciati come belve nella savana»

Questa che segue non è una testimonianza sulla tortura nel Medioevo. E’ una testimonianza su fatti accaduti nel giugno scorso in Botswana, Africa meridionale. «Mi chiamo Letshwao Nagayame, ho 57 anni, sono il più anziano dei sette arrestati per aver cacciato nella riserva. Le guardie ci hanno torturati. Io sono vecchio ormai, ma loro non hanno avuto pietà: mi hanno ammanettato e appeso per i piedi a una corda tesa tra due pali, con la testa ciondolante, le gambe per aria e le nocche delle mani appoggiate sul pavimento di cemento. Le guardie mi schiacciavano i testicoli e il pene colpendoli con pugni e calci, mentre una mi spezzava le dita pestandole con le sue grosse scarpe. Io gridavo e loro mi hanno riempito di benzina dall’ano. Uno dei miei compagni, Selelo Tshiamo, è stato picchiato duramente al petto, fino a sputare sangue ed è morto dopo settimane di agonia. Io non ho potuto urinare per tre giorni, poi ho versato sangue e ora cammino a fatica».
Letshwao Nagayame e i suoi sventurati compagni sono boscimani che fino al 2002 vivevano con le loro famiglie nella Central Kalahari Game Reserve, in Botswana, dove si procuravano il cibo cacciando piccole prede, raccogliendo radici e bevendo acqua nelle pozze. Furono trasferiti insieme ad altri 7/800 individui delle tribù Gana e Gwi, e dei loro vicini Bakgalagadi, nel «campo di reinsediamento» di Kaudwane, fuori dalla riserva. I boscimani parlano di deportazione in «luoghi di morte», ma il governo sostiene che si spostarono di loro volontà, attratti da una vita meno primitiva.
Inoltre, dice ancora il governo del Botswana, quando i boscimani vivevano all’interno della riserva danneggiavano l’ambiente naturale perché cacciavano antilopi e raccoglievano erbe e tuberi per mangiare. E proprio per fermare questo «scempio della natura», il governo fece piantare nella savana una quantità di cartelli con disegnato un boscimane che tende l’arco, sbarrato da una «X» di divieto facilmente decifrabile anche da chi non sa leggere; per i più letterati, una scritta in inglese e in setswana, la lingua ufficiale del Botswana, avverte: «Divieto di caccia e raccolta di piante»; cioè divieto di mangiare. Il governo - sempre in difesa della natura - ha fatto anche murare i pozzi e quando le autobotti portano l’acqua alle pozze per l’abbeverata degli animali, guardie armate impediscono ai boscimani di bere. Le autorità sostengono che rifornire d’acqua i boscimani costa troppo: tre euro e mezzo per dissetare una persona per una settimana. L’Unione Europea e Survival International - l’organizzazione per la difesa dei diritti dei popoli tribali alla quale dobbiamo tutte le informazioni contenute in questo articolo - si sono offerte di finanziare i rifornimenti ma il governo del Botswana non ha mai risposto. Perché in Botswana si dice che i boscimani valgono meno dei cani.
I boscimani non amano i «campi di reinsediamento», anche se teoricamente dovrebbero trovarvi una vita migliore, con cibo, acqua, cure mediche, scuole e tutti gli altri vantaggi della civiltà. In realtà, nei lugubri insediamenti perdono ogni identità culturale, diventano dipendenti dai sussidi governativi e trovano disperazione, violenze, alcolismo, prostituzione e Aids.
Alla grande deportazione del 2002 sfuggirono solo 35 individui, ai quali negli ultimi tre anni si sono uniti circa altri 150, scappati dai campi camminando giorno e notte, nascondendosi tra le erbe, dormendo in buche nel terreno coperti di sabbia, spremendo un po’ d’acqua dai tuberi, catturando qualche animale per sfamarsi.
Ma sempre guardandosi alle spalle, in fuga, braccati come bestie dalle guardie armate del parco. Che alla fine li hanno ripresi quasi tutti e riportati nei campi. Oggi, secondo Survival International sono meno di una decina i fuggiaschi che si nascondono ancora tra le sterpaglie della riserva, ma alcuni sono già stati individuati dalle guardie che li seguono passo passo, impedendo loro di raccogliere qualcosa da mangiare o da bere. Pena l’arresto basato su un beffardo rispetto delle regole, che riporta nei campi solo i boscimani che infrangono il divieto di caccia e raccolta. Le regole sono regole.
«Il governo del Botswana sta perdendo completamente il lume della ragione - ha dichiarato Rafael Runco, segretario generale di Survival International -. La breve distanza che separa le azioni governative dal genocidio si sta assottigliando e da oggi nessuno potrà più negare che il governo stia tentando di annientare un gruppo etnico».
Ma, mentre nella savana si sta consumando l’ultimo atto di una tragedia annunciata, i boscimani hanno aperto un altro fronte di resistenza con il supporto legale di Survival International. Hanno citato in giudizio il governo accusandolo di avere attuato una vera e propria deportazione contravvenendo così al cosiddetto comma 14 della Costituzione che garantisce ai boscimani il diritto di vivere nelle loro terre ancestrali. Il governo nega, sostenendo che si è trattato di un trasferimento spontaneo. In tribunale si va avanti tra continui rinvii mentre in Parlamento il governo lavora a tappe forzate per l’abolizione del comma 14.
«La deportazione dei boscimani, iniziata già alla fine degli anni Novanta, è dovuta al fatto che i loro territori nella riserva si sono rivelati un’immensa miniera di diamanti - spiega Francesca Casella, responsabile di Survival Italia -. Proprietaria di gran parte di queste concessioni è una società composta al 50 per cento dalla famosa De Beers e da una società di cui fanno parte diversi ministri del governo. Ovviamente gli interessati smentiscono che l’allontanamento dei boscimani dipenda dai diamanti e fanno notare che non c’è neppure una miniera aperta. Ma ormai le concessioni minerarie coprono praticamente tutta la riserva».
«Tutto sembra perduto - ammette Francesca Casella - ma non è così. Noi ci batteremo fino all’ultimo per salvare questo popolo, anche invitando al boicottaggio dei diamanti e del turismo in Botswana. Questo possiamo farlo tutti, i media e i politici dovrebbero far pressioni su Festus Mogae, presidente del Botswana che proprio in questi giorni è a Roma. Un diamante è per sempre, ma i boscimani muoiono».
Viviano Domenici





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21 settembre 2005

Un articolo dalla Federazione Nazionale Pensionati C.I.S.L.,

 



20/09/2005  ore 13.15 
Previdenza 
UDA (FNP-CISL) : RIVALUTARE LE PENSIONI PER SOSTENERE I PIU' DEBOLI 
LA MADDALENA\ aise\ -Il sindacalismo unitario dei pensionati chiama tutti i
cittadini ad una intensa campagna di mobilitazione morale e sociale su due questioni essenziali. Avere le risorse economiche minime necessarie per sopravvivere in dignità. Avere la sicurezza della solidarietà collettiva per chiunque, da solo, non ce la può fare
.”
, E’ quanto, tra l’altro, ha detto Antonio Uda, segretario della Fnp-Cisl, aprendo i lavori del seminario nazionale della dirigenza che si tiene a La Maddalena.
“Bisogna rompere il muro di egoismo e di insensibilità”, ha detto ancora Uda,
“dietro il quale si nascondono un Governo sordo e incapace, una politica persa nei suoi meschini giochi di potere, istituzioni ed amministrazioni pubbliche distratte e sprecone, potentati economici, finanziari e classi dominanti sempre più avide e rapaci.
“Se con la legge finanziaria per il 2006, Governo e Parlamento non daranno risposta al problema della perdita del potere d'acquisto delle pensioni e a quello della costituzione di un Fondo nazionale di solidarietà per le persone non-autosufficienti”, ha aggiuntoi Uda, “occorrerà che le tre confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil proclamino uno sciopero generale per tutti i lavoratori, in attività o in pensione, o costretti alla inattività.”
(aise)
 




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31 luglio 2005

Da leggere, questi articoli sono ripresi da AprileOnline e Peace Peporter

Beslan, un anno dopo

1 settembre. I bimbi attendono il suono della campanella che darà l'avvio alla festa d' Inizio dell' Anno Scolastico in Beslan, principale città dell'Ossenia, in Russia.

Poi, i terroristi, l'esercito, la strage.

l'1 settembre 2004 un commando di terroristi legati alla guerriglia cecena sequestra 1128 persone, riunite per il primo giorno di scuola; chiede, per liberarle, il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia, l'indipendenza della repubblica caucasica e il rilascio di alcuni arrestati; il 3 settembre, dopo che l'istituto è stato minato, due esplosioni e l'irruzione delle teste di cuoio inviate da Mosca causano la carneficina più crudele della storia; muoiono 319 ostaggi di cui 187 bambini, 32 terroristi. I feriti sono 425. Ma all'appello mancano ancora una cinquantina di persone: disperse, rapite, o sciolte dai lanciafiamme usati nell'assalto.
Il capo della commissione d'inchiesta federale, Torshin, ha ammesso che la strage è stata causata dall'intervento del gruppo "Alfa". Esplosioni, crolli, incendio, sono conseguenza degli spari delle truppe speciali, dell'uso di lanciafiamme "Shmel" (arma vietata dalle convenzioni internazionali), dalle granate esplose dai carri armati. Quasi quattrocento ostaggi sono stati sacrificati pur di annientare i terroristi, per ore nessuno ha ordinato ai pompieri di intervenire, molti guerriglieri si sono dileguati travestiti da soccorritori. Un'azione catastrofica, opera di un quartier generale più inetto che cinico. L'unico accusato ufficiale del massacro è il ceceno Nurpasha Kulaev, mercenario di quarta fila, il solo terrorista arrestato e sotto processo. Tutti i capi di forze dell'ordine e servizi segreti sono rimasti ai loro posti.


In questi giorni le madri chiedono ancora una volta verità e trasparenza sulla morte dei 331 ostaggi, 186 dei quali bambini, colpiti in gran parte da proiettili pesanti che provenivano dai cannoncini dei carri armati utilizzati dalle forze russe contro i terroristi.

4 Agosto 2005
RUSSIA
Madri di Beslan: no a Putin per commemorare la strage nella scuola

La presidente del Comitato dei familiari: alla scuola lo aspettavano i nostri figli, ma noi no. Più di una volta le madri hanno chiesto di incontrare il presidente in un altro luogo, ma non hanno avuto risposta.

Beslan (AsiaNews) – I parenti delle vittime dell’assedio alla scuola di Beslan, Nord Ossezia, non vogliono né il presidente russo Vladimir Putin, né altri ufficiali di alto rango alla cerimonia per l’anniversario della tragedia consumatasi il 3 settembre 2004. Lo ha reso noto la presidente del Comitato delle Madri di Beslan, Susanna Dudiyeva, durante un’intervista all’emittente radiofonica Ekho Moskvy. “Non vogliamo vedere alla cerimonia quelli che avevano il dovere professionale o militare di salvare i bambini e che invece hanno fallito a causa della loro incompetenza e irresponsabilità” ha detto la Dudiyeva. Le cerimonie di commemorazione si svolgeranno a Beslan dal 1 al 3 settembre prossimo. In questi giorni nel 2004 un gruppo di terroristi ceceni ha tenuto in ostaggio più di mille persone nella scuola N° 1 di Beslan. L’episodio è finito in strage: 400 i morti di cui più di 150 bambini.

Le critiche dei familiari si rivolgono da un lato al Governo russo, che senza troppi sforzi di mediazione, ha permesso l’irruzione delle forze speciali nella scuola, innescando il massacro; dall’altro all’amministrazione locale responsabile dell’infiltrazione dei terroristi nell’edificio scolastico già mesi prima della strage.

“Prima di vedere Putin qui - spiega la donna - vogliamo incontrarlo in un altro luogo, abbiamo molte cose da discutere con lui; gli abbiamo già chiesto più di una volta di riceverci. Ora nessuno lo aspetta alla scuola”.

La Dudiyeva ha aggiunto che i familiari delle vittime si oppongono anche alla presenza delle autorità con cui i sequestratori avevano voluto parlare: Aleksandr Dzasokhov, ex presidente della Nord Ossezia, Murat Zyazikov, presidente dell’Inguscezia e Vladimir Rushailo, ex ministro russo degli Interni.

“Rushailo – accusa la donna – non deve pensare che le sue dimissioni siano servite a cancellare le sue responsabilità. I sequestratori chiedevano il contatto con lui e non Roshal” (Leonid, il medico dei bambini, ndr)”.

Tra le altre personalità non gradite figurano tra gli altri anche: Nikolay Patrushev, direttore del Servizio di sicurezza federale, Rashid Nurgaliyev, ministro degli Interni, Valeriy Andreyev, ex capo della sicurezza nord osseta.

“Non hanno fatto nulla – conclude la Dudiyeva - e quel poco che hanno fatto non è stato soddisfacente; ne vediamo i risultati. Non vogliamo queste persone a Beslan. Li aspettavano i nostri figli, ma noi no”.

L’attentato a Beslan è stato rivendicato a metà settembre dalla brigata Riyadus-Salikhin - responsabile di molti attentati in Russia negli ultimi 10 anni. In un comunicato a sua firma il leader separatista ceceno Shamil Basayev sostiene che i militanti avevano chiesto il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia o almeno le dimissioni di Putin. Il comunicato afferma che i militanti avevano detto ai mediatori entrati nella scuola che avrebbero dato agli ostaggi acqua e cibo e che avrebbero liberato i bambini più piccoli se i russi avessero iniziato a venire incontro alle loro richieste.

1 Settembre 2005
RUSSIA
Insegnanti di Beslan, accusati di collusione coi terroristi, scrivono a Putin

In una lettera al presidente russo i maestri chiedono la verità sulla strage. I bambini  perdono fiducia negli adulti; i genitori sospettano di corruzione l’istituzione scolastica.

Beslan (AsiaNews) – Sono cominciate oggi le cerimonie per ricordare l’anniversario della strage di Beslan, ma chi ha perso i propri cari continua a interrogarsi sui veri responsabili della strage e i sopravvissuti vivono nel senso di colpa.

Tra queste vittime silenziose, gli insegnanti della scuola numero 1 della cittadina nordosseta, teatro della strage. In una lettera inviata ieri al presidente russo Vladimir Putin, maestre e maestri accusano le autorità locali e il Governo di indifferenza e avvertono che se non si riabiliterà il loro nome, le nuove generazioni perderanno la fiducia negli adulti e nell’istituzione scolastica.

“La nostra scuola – si legge – è sotto la minaccia di un completo annichilimento”. “Da un anno - continua - noi insegnanti siamo oggetto di critiche costanti. Siamo accusati di essere sopravvissuti, di non avere adempiuto ai nostri doveri (mentre salvare i bambini era compito delle forze speciali). Tutto questo si ripercuote su di noi, ma anche sui nostri alunni e mina la nostra autorità nei loro confronti. Il terreno è già pronto: la fiducia dei bambini negli adulti è profondamente minata dopo l’attentato. Se non riusciremo a mantenere le nostre posizioni, la loro fiducia verso di noi sarà compromessa in modo irreversibile”.

Gli insegnanti di Beslan sono stati i primi a istituire un comitato di volontari per aiutare le vittime del sequestro; in seguito molti degli abitanti locali li hanno accusati di rubare il denaro ricevuto dall’estero. I parenti delle vittime, inoltre, ritengono che gli insegnanti e la direttrice della scuola, Lidiya Tsalieva, abbiano collaborato con i terroristi prima e durante l’assedio.

“Eravamo anche noi nella palestra – ricorda la lettera – minacciati di morte; molti dei nostri colleghi sono stati uccisi e chi è rimasto vivo ha perso i suoi cari. Anche noi abbiamo il diritto di essere considerati vittime e come gli abitanti di Beslan anche noi vogliamo i nomi dei colpevoli della strage”. Ma la verità non è possibile – continua la missiva indirizzata a Putin – “senza una Sua azione risoluta”. “Lei è il garante della Costituzione e di conseguenza anche dell’educazione dei nostri bambini e della pace. Crediamo che Lei ci aiuterà ad ottenerle”, conclude la lettera.

Secondo i parenti delle vittime i veri colpevoli del tragico epilogo dell’assedio sono le autorità locali – responsabili dell’infiltrazione dei terroristi nell’edificio scolastico già mesi prima della strage – e l’incompetenza del Governo centrale, che senza sforzi di mediazione, ha permesso l’irruzione delle forze speciali nella scuola, innescando il massacro. Giorni fa Shamil Basayev, leader ceceno che rivendicò il sequestro della scuola, ha dichiarato che i terroristi raggiunsero Beslan con l’aiuto dei servizi segreti russi; l’operazione rientrava in una trappola tesa dall’intelligence e poi fallita. Fonti governative hanno però smentito la versione.

Nonostante le ripetute richieste della popolazione di Beslan, in un anno Putin non ha mai incontrato né i familiari delle vittime né il corpo docente della scuola. Il presidente si recò sul luogo della strage solo nella notte del 3 settembre scorso, rimase poche ore spese tutte in incontri con le autorità. Domani, tra i dubbi sulla sincerità dell’iniziativa del Governo, una delegazione del comitato delle Madri di Beslan, accogliendo l’inaspettato invito di Putin, si recherà in visita al Cremlino.
Di questo servizio apparso su: tiro libero blog indipendente, per pieta` e rispetto per le povere piccole vittime innocenti ne tralascio le drammatiche foto, invitando tutti ad un pensiero e una preghiera. Elio 


L'ennesimo dittatore corteggiato da Washington...

Il dittatore del libero


stato del Turkmenistan


Alla corte del divino Saparmurat
Il dittatore turkmeno, protagonista di nuove stravaganze, corteggiato dal Pentagono

Il Rukhnama (‘Libro dell’anima’), il testo sacro scritto dall’eccentrico dittatore del Turkmenistan, Saparmurat Niyazov, da giovedì scorso è asceso in cielo per l’eternità.
Il 25 agosto una copia della ‘bibbia dei turkmeni’ è stata messa in orbita intorno alla Terra in una capsula rilasciata dal missile russo ‘Dniepr’.
Dopo aver imposto la sua opera come testo obbligatorio in tutte le scuole e le università del suo Paese, il Turkmenbashi (‘Padre dei turkmeni’) evidentemente ha voluto ulteriormente ‘innalzare’ lo status della sua opera.
Ma questa è solo l’ultima stranezza del megalomane capo di Stato, ora corteggiato dagli Stati Uniti che, dopo essere stati cacciati dall’Uzbekistan, vorrebbero impiantare qui una nuova base militare.

Gli stravaganti divieti di Niyazov
Il ‘Re Sole’ turkmeno - così innamorato di se stesso da aver ornato la capitale Ashgabat di decine di sue statue d’oro che girano seguendo il moto della nostra stella - ultimamente ha firmato una lunga serie di stravaganti decreti. Dopo aver vietato il balletto e l’opera perché “incompatibili con la cultura nazionale”, dopo aver ordinato alle forze dell’ordine di perseguire i giovani che portano barba e capelli lunghi, dopo aver messo al bando l’uso delle capsule dentarie in oro (forse per risparmiarlo per le sue statue…), la settimana scorsa Niyazov ha decretato l’illegalità del playback, bandendolo da tutte le manifestazioni pubbliche e private in quanto “nocivo per lo sviluppo dell’arte canora e musicale nazionale”.


Il risvolto tragico della medaglia
Purtroppo, assieme al lato comico c’è anche quello tragico. A febbraio, per esempio, Niyazov ha ordinato la chiusura di tutte le biblioteche e gli ospedali del Paese, ad eccezione di quelli della capitale, sostenendo che le prime non servono più (tanto basta leggere il Rukhnama…) e che i secondi erano in eccesso rispetto ai bisogni.

Il regime di Niyazov è tra i più autoritari del pianeta. Chi è solo vagamente sospettato di non apprezzare il presidente finisce in un ospedale psichiatrico, al confino o in carcere. La stampa nazionale, giornali e televisioni, si limitano a osannare ogni giorno l’operato e la persona del presidente perpetuandone il culto della personalità. Intanto la popolazione vive in povertà, nonostante le enormi ricchezze derivanti dal gas naturale di cui il Turkmenistan è ricchissimo.

Corteggiato dagli Stati Uniti
A Dauletabad, nel sud del Paese, c’è il più grande giacimento di gas naturale del pianeta. Fu per portare questo gas verso i terminal pakistani e indiani attraverso l’Afghanistan occidentale che gli Usa negli anni ’90 sostennero i talebani. Progetto che solo oggi, dopo l’occupazione militare del Paese, sta per essere realizzato.

E proprio per la sua importanza ‘energetica’, oltre che per la sua rilevanza strategica dovuta alla vicinanza con il sempre meno pacificato Afghanistan (e con l'Iran), il Pentagono ha deciso di rivolgersi al Turkmenistan come nuova possibile sede di una base militare Usa. Bisognosi di trovare una nuova sistemazione nella regione dopo lo sfratto dalla base uzbeca di Karshi-Khanabad (ormai certo), il 23 agosto il generale John Abizaid, comandante del CentCom (Comando Centrale Usa), è andato ad Ashgabat per incontrare il dittatore turkmeno e tastare il terreno. Chiudendo un occhio sulle stravaganze e l’autoritarismo di questo tragicomico personaggio.

Fonte: PeaceReporter




Olanda
: chi "glorifica" il terrorismo rischia due anni di carcere. Approvato nuovo ddl



L'Aja. Il tribunale Olandese ha confermato, ieri, la decisione che è stata presa contro il terrorismo: due anni di reclusione anche per chi "glorifica" gli attacchi di matrice islamica. Il progetto di legge verrà presentato al Parlamento in via ufficiale alla fine dell'anno. Concernerà anche il negazionismo del genocidio e dei crimini di guerra.
Il ddl sarà in vigore dalla prossima estate. Le pene verranno applicate in caso di reclutamento per la "guerra santa" (jihad islamica), nei casi di "esaltazione, sminuimento, copertura o negazione di crimini seri", atti a generare destabilizzazione nel Paese.
Dal ministero della giustizia olandese hanno dichiarato che "l'intenzione è quella di intervenire sugli effetti negativi di interventi pubblici che possono scuotere l'opinione pubblica, e di conseguenza creare la radicalizzazione di varie comunità".
La decisione è arrivata sulla scia del processo che si è svolto contro l'assassino di Theo Van Gogh, a cui è stata inflitta la pena dell'ergastolo, Mohammed Bouyeri è reo confesso dell'uccisione del regista che aveva condannato le torture sulle donne islamiche con un suo film.

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Avete mai sentito parlare di quanto scritto qui sotto? Riporto l`articolo dalla F.I.L.E.F. Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie.
Di quanto scritto ne sentiremo parlare spero molto!


APPELLO PER  UNA CAMPAGNA NAZIONALE PER IL RITIRO
DELLA DIRETTIVA BOLKESTEIN

Il 13 gennaio 2004, la Commissione Europea ha approvato la proposta di Direttiva Bolkestein, attualmente all’esame del Consiglio e del Parlamento Europeo.

Annunciata come un provvedimento rivolto a “diminuire la burocrazia ed i vincoli alla competitività nei servizi per il mercato interno”, la Direttiva Bolkestein è nei fatti un pericoloso provvedimento di attacco allo stato sociale e ai diritti del lavoro nell’intera Unione Europea.

Perché si prefigge l’apertura alla libera concorrenza e alla privatizzazione di tutte le attività di servizio e dell’istruzione, dalle attività logistiche di qualunque impresa produttiva ai servizi pubblici, a partire dalla sanità e dai servizi sociali.

Perché riduce drasticamente le possibilità di intervento e il potere discrezionale delle autorità locali e nazionali, privandole della facoltà di esercitare proprie linee di politica economica e sociale.

Perché, in stretto collegamento con le posizioni assunte all’interno dell’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (Gats) in sede WTO, rafforza le politiche liberiste dell’Unione Europea tanto verso il mercato interno quanto nel commercio internazionale.

Ma l’eccezionale gravità della Direttiva Bolkestein risiede nell’assunzione del “principio del paese d’origine”, che stabilisce come un prestatore di servizi sia esclusivamente sottoposto alla legge del paese dove ha sede legale e non più alla legge del paese dove fornisce il servizio.

Con l’introduzione di questo principio, la Direttiva Bolkestein si prefigge la definitiva destrutturazione dei diritti del lavoro nell’Unione Europea.

Perché si tratta di un incitamento legale a spostare le sedi delle imprese verso i paesi a più debole protezione sociale e del lavoro per poter approfittare delle legislazioni da “stato minimo” ivi esistenti.

Perché i contenuti della Direttiva rischiano di sviluppare sentimenti xenofobi.

Perché si realizza un vero e proprio “dumping” sociale verso le legislazioni dei paesi a più alta protezione sociale e del lavoro, affinché riducano, in nome della competitività, i propri standard di garanzie.

Perché si riducono drasticamente il valore del contratto di lavoro e le possibilità d’intervento delle organizzazioni sindacali, e si precarizza totalmente la prestazione di lavoro, anche attraverso le nuove norme sul distacco dei lavoratori. Senza considerare il pericolo di un incremento del mercato del lavoro gestito dalle organizzazioni criminali.

La Direttiva Bolkestein, insieme alla proposta di modifica della Direttiva sull’orario di lavoro, costituisce il colpo di grazia a quel che resta del “modello sociale europeo”, già agonizzante dopo le politiche di privatizzazione di questi anni e la continua messa in discussione dei diritti sociali e del lavoro.

Ma opporsi è possibile. Al Forum Sociale Europeo di Londra, il movimento antiliberista, in tutte le sue componenti sindacali e associative, ha lanciato una campagna europea per il ritiro della Direttiva Bolkestein.

Ed è in collegamento con questa rete europea che noi sottoscritte realtà associative e di movimento, forze sindacali e politiche, lanciamo una Campagna Nazionale di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione, nei territori e nelle istituzioni.

Una Campagna che culmini nella partecipazione di massa alla manifestazione europea del 19 marzo 2005 a Bruxelles, lanciata dal FSE contro l’Europa liberista; e in centinaia di iniziative nei territori dal 10 al 16 aprile 2005, all’interno della “Settimana di Azione Globale” indetta dal FSM di Mumbay, contro il Gats e le privatizzazioni, per i beni comuni e i diritti sociali.

 

CAMPAGNA NAZIONALE   STOP BOLKESTEIN! STOP GATS! UN’ALTRA EUROPA E’ NECESSARIA”

Attac Italia, Arci, , Fp Cgil, Fiom Cgil, Prc, Abruzzo Social Forum Crbm-Rete Lilliput, Forum Ambientalista, Confederazione Cobas, S.in.Cobas, Legambiente, Associazione Samarcanda, Firenze Social Forum, Forum Sociale Ponente Genovese, La Scuola siamo noi, Unione Inquilini

 

  

Si a più occupazione e di migliore qualità
No a un cambiamento verso un'Europa più deregolata

La CES sostiene la strategia di Lisbona ed insiste affinché ci sia equilibrio tra tematiche economiche, occupazionali, sociali e ambientali. Inoltre la CES rifiuta ogni tentativo di ridurre gli obiettivi di Lisbona solamente per renderli più orientati verso gli affari e con l'unico scopo di incrementare la competitività.

La CES si oppone ad ogni ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro in Europa! Abbiamo bisogno di strategie intelligenti per la modernizzazione con un elevato livello di sicurezza sociale.

Abbiamo bisogno di maggiori investimenti nella formazione d'ingresso e in quella continua, nonché di strategie efficaci per la formazione per tutto l'arco della vita. Ancora, è necessario un investimento sostanzialmente maggiore nella ricerca e nello sviluppo se vogliamo diventare un'Europa dell'innovazione.

L'Europa ha bisogno di migliore occupazione e di occupazione più sostenibile e non di orari di lavoro più lunghi.

La CES sostiene la riforma del Patto di Stabilità, che lascia troppo poco spazio per la crescita e l'occupazione. Crescita e stabilità debbono essere promosse da un'efficace politica europea di coordinamento economico e occupazionale. 

Si ad occupazione e servizi di qualità - No alla direttiva Bolkestein 

La CES sostiene il cammino verso la realizzazione del mercato interno nel settore dei servizi, che può costituire un'opportunità per occupazione e servizi di elevata qualità per la popolazione in Europa.

Ciò nonostante la CES rifiuta fermamente la liberalizzazione nello stile Bolkestein! L'introduzione del principio del "paese di origine" rischia di aprire le porte al dumping sociale.

Un mercato interno europeo per i servizi non deve minare la legislazione del lavoro o quella sociale!

La creazione di un mercato interno per i servizi deve andare di pari passo con il raggiungimento di obiettivi sociali!

Nell'interesse generale il mercato interno dei servizi deve essere nettamente separato dai servizi pubblici di interesse generale, che però non debbono essere governati esclusivamente dalle regole della competizione!

Si ai diritti sociali fondamentali per rafforzare l'Europa sociale 

Si ai diritti fondamentali significa si ai diritti sindacali, si al diritto all'informazione puntuale ed alla consultazione dei lavoratori, si ai contratti collettivi, alla partecipazione dei lavoratori e al dialogo sociale!

Consolidare l'Europa sociale significa dire si all'obiettivo politico del ristabilimento della piena occupazione, alle pari opportunità e alla non discriminazione di ogni tipo!

L'Europa ha bisogno di un'agenda politica sociale proattiva e non di una moratoria nelle politiche sociali nel solo interesse del mondo degli affari.

Continueremo a lottare per un'Europa sociale, con una Costituzione Sociale, favorevole ad un'economia di mercato sociale ed alla piena occupazione.

  Sostieni l'Euromanifestazione della CES il 19 marzo 2005
e lotta con noi per un'Europa sociale!

La nostra europa - Europa, siamo noi!

 

NOTA EMENDAMENTI SULLA BOLKESTEIN

 

Si sta estendendo in tutta Europa la mobilitazione contro la Direttiva Bolkestein che non rappresenta, come detto nel documento del Comitato Direttivo della CGIL, “l’attuazione della strategia di Lisbona”. Rappresenta, se approvata, lo snaturamento del modello sociale europeo, facendo prevalere le logiche economicistiche e di mercato, destrutturando il mercato del lavoro e supplendo alla mancanza di una strategia di intervento alto sul rilancio dello sviluppo ed alla particolare situazione economica europea con la riduzione della qualità, dei diritti e delle stesse prestazioni dei servizi di interesse generale.

La mobilitazione si estende in Europa ed in Italia, anche se continuano ad esistere zone di incomprensibile disinteresse: non esistono, con il testo che conosciamo, zone franche e situazioni messe a riparo dalla area di riferimento della direttiva; gli stesi servizi esclusi non sembrano pienamente a riparo. Quindi il disinteresse va rapidamente abbandonato.

L’allarme delle organizzazioni datoriali e degli stessi Governi (Confindustria; ANCE; Comuni italiani; Regioni; Governo del nostro paese) sta determinando una situazione di movimento da parte della stessa Commissione Europea che, con il presidente della Commissione, ha dichiarato che la “Commissione è pronta a rielaborare la Direttiva”.

Certo, se da un lato ciò rappresenta un primo risultato frutto anche della mobilitazione e dell’allarme suscitato, il tentativo sarà quello di “attenuare” il liberismo che permea la Direttiva senza toccarne i punti di fondo. In ogni caso il calendario dei lavori parlamentari allo stato attuale non cambia, né le affermazioni del Presidente hanno prodotto cambiamenti.

Rimane integro il nostro obiettivo e quello dei movimenti di “determinare”, cambiando in profondità i punti inaccettabili della Direttiva, la sua inutilità costruendo in tal modo la sua rimessa in discussione.

Il ritiro da parte della Commissione deve essere il frutto dei risultati che saremo in grado di conseguire con la mobilitazione e con la battaglia che coinvolga tutti i soggetti e le istituzioni dei paesi europei.

Il documento con il quale la CES rilancia la manifestazione del 19 marzo è esplicito: STOP ALLA BOLKESTEIN!

Dobbiamo definire il senso politico dei punti da cambiare radicalmente tali da poter determinare lo stop ed il ritiro della Direttiva stessa da parte della Commissione nel testo che conosciamo. In tal senso si esprime anche il manifesto con il quale la CES indice la manifestazione di Bruxelles (v. allegato).

IN MERITO

Per ottenere questo risultato ragioniamo intorno a 4 aree di argomenti: le modifiche dovranno chiaramente avere una dimensione europea

  1. L'area di applicazione

Non esistendo un quadro europeo definitorio né dei servizi pubblici, né dei servizi di Interesse generale, né dei servizi di interesse economico generale, occorre procedere alla limitazione del campo oltre quanto previsto dall'art. 2.

Non va persa di vista l’esigenza politica di definire uno spazio comune europeo costituito di diritti universali e qualità dei servizi.

Per questo è necessario un riferimento esplicito alla Direttiva sui Servizi di Interesse Generale- come luogo politico di definizione dei servizi aventi tali caratteristiche; in attesa del quale e della necessaria armonizzazione europea occorre procedere alla estrapolazione dalla Direttiva Bolkestein, di tali servizi che per noi sono quelli che garantiscono i diritti costituzionalmente garantiti; quelli che, pur avendo a norma di legge rilevanza economica, hanno "aree di attività garantite e richieste dallo Stato (prestazioni, universalismo, tariffe, offerta minima, qualità); identificando il valore primario delle Direttive di settore.

E' evidente il particolare equilibrio nel quale collocare da un lato la titolarità degli Stati membri nel definire natura e parametri di offerta dei servizi, e dall’altro la necessità di costruire un riferimento/normativa (uno spazio comune) a livello europeo che consolidi e estenda i contenuti del modello sociale europeo.

L'emendamento potrebbe essere così formulato:

"Occorre definire, a seguito della conclusione dell’iter legislativo sui Servizi di Interesse generale, un quadro legislativo con il quale vengono definiti i criteri ai quali ricondurre i SIG ed i SIEG, che rimangono di competenza degli Stati membri. In ogni caso la presente Direttiva non si applica ai servizi forniti dagli Stati e dalle autorità regionali e locali che garantiscono i diritti essenziali definiti dalle legislazioni degli Stati membri".

  1. La semplificazione

Il contenuto della Direttiva si muove e aggrava il quadro normativo nazionale.

Viene fortemente limitato l'istituto della autorizzazione (tranne nei casi di sicurezza, ordine pubblico, ambiente, cultura, politica sociale). Viene generalizzato l’istituto del silenzio-assenso.Si producono effetti di ricaduta automatica sulle legislazioni nazionali.

La Direttiva stabilisce che i singoli Stati debbano valutare l'esistenza nel loro ordinamento di norme che possono impedire la libertà di stabilimento (quali le restrizioni fissate in funzione della popolazione (vedi servizio universale)

Il numero minimo di dipendenti (vedi qualità, istruzione, assistenza)

Le tariffe obbligatorie.

Gli esiti di questo screening vanno poi sottoposti agli altri paesi e sottoposti al vaglio della Commissione.

Occorre, chiaramente non essere contrari a quelle misure già presenti nel nostro ordinamento (sportelli unici, autocertificazioni, ecc.) ma chiaramente la modifica di quanto già presente non può avvenire senza fissare regole e un contorno normativo per tutti, fino a determinare l’effetto perverso della libertà di stabilimento e del silenzio assenso.

L’emendamento potrebbe essere così formulato:

"Contro lo stravolgimento delle regole e delle garanzie occorre salvaguardare quelle normative la cui eliminazione potrebbe comportare la lesione dei principi e dei valori costituzionali o di diritti ed interessi legittimi, ovvero gravi difficoltà nel funzionamento di amministrazioni, servizi pubblici o responsabilità internazionali dello Stato: chiaramente l’individuazione di tali norme non può che far capo alle diverse titolarità dei paesi membri e delle loro articolazioni istituzionali".

  1. Principio paese di origine

E' chiaramente uno dei punti politici inaccettabili della Direttiva che determinano la nostra netta contrarietà. Si tratta di un principio che determina:

1.      la rottura delle regole sociali, del sistema dei diritti e delle relazioni democratiche esistenti nei singoli Stati

2.      un nuovo modello europeo basato sui contenuti sociali economici e di diritti delle realtà più arretrate

3.      lo stravolgimento dei sistemi di sicurezza e protezione esistenti nei singoli Stati.

Il punto è inemendabile e per questo va cassato.

Ma il principio del paese di origine, in sostituzione dell’attività di armonizzazione è inaccettabile, dopo questa attività è superfluo. Rappresenta solo il trionfo del mercato senza regole a scapito dei diritti sociali e civili.

La norma va cassata e sostituita con la pianificazione di un’attività di armonizzazione che non sia la risultante al ribasso dei disequilibri esistenti in Europa, ma che abbia il modello sociale europeo e la Carta dei Diritti come riferimento.

  1. il distacco dei lavoratori

Non viene messa in discussione la Direttiva 96/71/CE recepita nel nostro paese con il Dlgs 72/2000 in base alle quali la disciplina del distacco è fuori dal principio del Paese di Origine, ma il punto è che si è abbandonata una normativa, da regolare, presente nella Direttiva 96/71 basata sulla reciprocità e il coordinamento fra stati e la si è sostituita con la totale liberalizzazione (nessuna autorizzazione, nessuna dichiarazione di distacco dei lavoratori - edili a parte fino al 2008 - nessuna rappresentanza nel paese di distacco e non obbligo a tenere i libri sociali). Siamo in presenza di lavoratori fantasma, la cui regolarità ed il relativo controllo sull’applicazione della Direttiva “madre” è a cura solo dal Paese di distacco.

E' evidente il rischio che si determinerebbe per tutti i lavoratori, laddove nelle aziende venissero distaccati lavoratori per segmenti di lavori o nei territori e nella stessa edilizia.

Siamo per ripristinare pienamente il contesto della 96/71, aprendo la fase di assistenza e cooperazione.

Questi sono i 4 temi che vanno tenuti al centro delle nostre iniziative di mobilitazione e dell’attività di confronto con le forze politiche ed istituzioni presenti nei territori e negli incontri che le categorie nazionali potranno svolgere in Europa.  Sono tematiche sulle quali impegnare l'organizzazione nel costruire la mobilitazione nella aziende ed il rapporto con i movimenti.

LA NOSTRA INIZIATIVA

Se da un lato ciò significa che qualcosa si sta muovendo, dall'altro la situazione ci consegna la necessità di una più ampia mobilitazione dopo la giornata del 19 marzo. 

1.      con il Documento del CD CGIL e la raccolta di firme sull’appello del Comitato contro la Bolkestein sulla quale si stanno impegnando alcune categorie da inviare al Presidente della Commissione Europea; al Governo Italiano; alle Commissioni del Parlamento europeo.

 E' importantissima la diffusione capillare dell'informazione e delle iniziative per far crescere la mobilitazione. E' necessario, con le parole d'ordine del documento del CD della CGIL, rilanciare una politica di alleanze sociali, a partire dal Comitato contro la Bolkestein del quale fanno parte alcune categorie (FP; FILCEM; FLC; FIOM, FILLEA…).

2.      Con iniziative verso Regioni e Comuni che, a norma della riforma del Titolo V/Cost. sono titolari delle competenze sui settori coperti dalla Direttiva (Sanità, Ass. Soc., Istruzione, Salute e Sicurezza, Turismo, semplificazione, Ambiente, occupazione).

3.      Con iniziative verso il Governo Italiano: è, infatti, aperta una discussione che verte sostanzialmente sull'area di applicazione della Direttiva e mira all’esclusione di alcuni servizi e funzioni quali la sicurezza e la sanità.

Notizie di stampa accreditano che il Presidente Barroso abbia dichiarato a Chirac l'abbandono del principio del paese di origine e altre positive modifiche sono state preannunciate in Parlamento da parte del nuovo Commissario alla concorrenza. Ma la Commissione ha comunicato che non intende ritirare la Direttiva.

Se è così è necessario rafforzare la nostra richiesta.

IL CALENDARIO DEI LAVORI

Il calendario non è ancora definito nei dettagli e la situazione è fortemente in movimento.

Allo stato attuale i relatori delle Commissioni presenteranno i rapporti, presumibilmente a marzo; quindi la presentazione degli emendamenti ed il voto in plenaria sarebbe previsto per giugno. Parallelamente continua il lavoro delle commissioni del Consiglio (i tecnici dei Ministeri) con incontri mensili.

Dopo l’adozione della prima lettura del Parlamento europeo, il Consiglio inizierà la sua prima lettura, quindi il testo tornerà in Parlamento per la seconda lettura e poi nuovamente al Consiglio.

Se tra Consiglio e Parlamento non dovesse esserci accordo, partirebbe la procedura di conciliazione, che potrebbe durare a lungo. La Commissione, a sua volta, potrebbe accettare gli emendamenti o rifiutarli. se la Commissione li rifiutasse, ci sarebbe bisogno del voto all’unanimità del Consiglio. Altrimenti il voto al Consiglio avverrebbe con la maggioranza qualificata.

Quindi, nonostante la dichiarazione di Barroso, il calendario previsto non sembra venga modificato.

Il Parlamento europeo mira a completare nel semestre la prima lettura della Direttiva.

Ciò significherebbe:

emendamenti e discussione nel Comitato (occupazione e mercato interno) entro maggio e plenaria a giugno.

Roma, 10 marzo 2005






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22 giugno 2005

NEL MOTORE OLIO DI COLZA O DIESEL, IL NUOVO ECO DIESEL DI CHIAMA OLIO DI COLZA


BIODIESEL DALL'OLIO DI COLZA

Diesel e olio di colza. Dopo il servizio del TG3 del 12 marzo 2005 sull'utilizzo dell'olio di colza vegetale come sostituto del gasolio per le automobili diesel è seguito quello del TG2 del 13 marzo 2005 (edizione 13:00). Si conferma anche in questo servizio l'utilizzo dell'olio di colza, acquistabile presso qualsiasi supermercato, come sostituto del gasolio. Da quanto si apprende dal servizio del TG2 alcuni consumatori riuscirebbero persino a fabbricarselo in casa. Si precisa però che l'utilizzo dell'olio di colza come carburante evade il fisco italiano e le accise previste per il pagamento di ogni carburante (vedi storia delle accise).

L'olio di colza costa la metà del gasolio, circa 65 centesimi al litro, inquina il 98% in meno, è un prodotto agricolo ma evidentemente resta indigesto a qualcuno. La normativa prevede il suo utilizzo miscelato entro il tetto del 5% con il gasolio tradizionale, derivato dal petrolio.

Dalla stessa Europa arriva paradossalmente la normativa che oggi impone il blocco del traffico nelle città inquinate dalle polveri sottili proprio a causa dell'inquinamento atmosferico causato dalle fonti fossili derivate dal petrolio. Blocco del traffico, euro3, euro4 ecc. avrebbero dunque una risposta immediata con il biodiesel. Un articolo de La Repubblica del 13 marzo 2005 (pagina 19) ribadisce:

"Il biodiesel è olio di colza, già pronto per lavorare con qualsiasi motore, mentre con l'olio di colza del supermercato ci vuole qualche cautela (...) Il fumo sarà in compenso meno inquinante di quello del gasolio. Prestazioni e consumi sono identici" (La Repubblica 13/3/2005).

E' veramente strano leggere queste notizie dopo aver seguito a lungo il fiume di parole di esperti e politici sul problema dell'eccessiva dipendenza europea e italiana dal petrolio mediorientale.

La conclusione logica a cui arriviamo è quindi ben precisa: il biodiesel esiste, viene prodotto dalle attività agricole nazionali, costa meno, funziona come carburante senza dover modificare i motori diesel di ultima generazione ma... è tassato in modo tale da renderlo non competitivo. Non si tratta pertanto di sussidiare la produzione di biodiesel ma soltanto di "non" ostacolare con imposte proibitive la sua diffusione.

Si potrebbe pensare che la produzione di biodiesel non sia in grado di soddisfare l'intera domanda. Per trovare la risposta è sufficiente leggere la recente proposta della Coldiretti: "Con la coltivazione di 350.000 ettari di colza e girasole, in grado di produrre 0,85 tonnellate/ettaro di biodiesel puro è possibile ottenere 300.000 tonnellate di biodiesel che, integrate nel carburante al 5%, assicurano - precisa la Coldiretti - ad oltre 3 milioni di auto, in Italia, l'autonomia per un intero anno (20.000 km)." (fonte Coldiretti.it)

Inutile nasconderlo. Restiamo sempre più perplessi e interdetti man mano che approfondiamo le notizie sul biodiesel e sull'olio di colza. Questo pazzo, pazzo mondo...

Per saperne di più.
La storia dell'olio di colza
Rai.it (Tg3 nazionale ore 19:00 - 12/03/2005)
Rai.it (Tg2 nazionale ore 13:00 - 13/03/2005)
Progettomeg.it
Laleva.cc

Ecoage - 13 marzo 2005

Sempre più automobilisti hanno scoperto che per far funzionare le loro auto diesel
va benissimo anche il comunissimo olio di colza, e persino quello di semi vari
Tutti pazzi per l'olio di Colza
Al nord ormai è introvabile

di VALERIO GUALERZI


Una coltivazione di Colza

DITE LA VOSTRA - I VOSTRI COMMENTI

La mappa dei distributori - I vari tipi di gasolio - Il commento di Confagricoltura - Il commento di Coldiretti - Il commento della Federazione benzinai del Trentino - Il Bludiesel - L'AdvanceDiesel

Se l'olio di ricino è stato il simbolo di un regime, un altro olio, quello di colza, si candida ad essere l'emblema di una rivolta popolare. Non contro un monopolio politico, ma contro un monopolio economico: quello delle grandi compagnie petrolifere che impediscono la diffusione di carburanti alternativi, più economici e più ecologici, come il biodiesel.

Oggi sulle strade italiane fare un pieno di biodiesel, il carburante ricavato dal trattamento degli scarti delle lavorazioni agricole di diverse colture (la colza appunto, ma anche girasoli e barbabietole) è praticamente impossibile, ma sempre più automobilisti hanno scoperto che per far funzionare le loro macchine diesel va benissimo anche il comunissimo olio di colza, e persino quello di semi vari. Il rifornimento non si fa più quindi al distributore, ma al supermercato, dove basta comprare del banalissimo olio da frittura a un prezzo che si aggira solitamente sui 65 centesimi al litro. Il tam tam di quella che può sembrare l'ennesima leggenda metropolitana, ma non lo è affatto, è partito dal nordest, dove sono più diffusi i discount della Lidl, uno dei pochi supermercati che ha sui suoi scaffali l'olio di colza, un prodotto che in cucina viene decisamente snobbato dagli esigenti consumatori italiani.

Non siamo ancora al boom, come ha sostenuto qualcuno, visto che dall'ufficio acquisti della direzione generale della Lidl fanno sapere di non avere riscontrato nessuna impennata particolare nelle vendite di olio di colza, ma anche parlare di nicchia rischia di essere riduttivo. Per rendersi conto di quanto questa alternativa stia appassionando gli italiani, stretti nella morsa dello smog e del caro petrolio, basta digitare su Google le parole "olio di colza". Il motore di ricerca vi svelerà un mondo di decine e decine di forum dove gli automobilisti si scambiano consigli su come passare all'olio, dove trovarlo e quanto pagarlo. Sul solo forum dell'autorevole "Quattroruote" i messaggi arrivati sul tema dallo scorso settembre sono più di dodicimila.

Le testimonianze sul fatto che il "trucco" funziona davvero sono tantissime e del resto non c'è da meravigliarsi più di tanto visto che il primo motore messo a punto da Rudolph Diesel nel 1893 andava proprio a olio di canapa e cereali. Sulle accortezze da usare per fare il grande salto con le automobili di oggi, i pareri però divergono ed è difficile capire chi ha ragione. C'è chi lo consiglia in piccole o medie percentuali da aggiungere al diesel normale, chi lo usa assoluto, ma solo con auto vecchie, chi sostiene che assoluto va bene ma con i motori nuovi, chi suggerisce di cambiare la pompa e prenderne una più resistente. E non manca chi si lamenta per il puzzo di fritto e chi giura di camminare grazie all'olio esausto comprato a prezzi stracciati da una rosticceria cinese che altrimenti dovrebbe pagare per smaltirlo correttamente.

Un dato però è certo: usare olio di colza acquistato al supermercato, in qualsiasi quantità, è illegale perché chi lo fa froda il fisco. Il Testo Unico del 1995 in materia di accise stabilisce infatti che qualsiasi prodotto venga usato come carburante o come additivo deve essere soggetto a tassazione.

C'è da augurarsi quindi che gli italiani non diventino in massa evasori fiscali, ma l'aver scoperto anche grazie all'informazione "dal basso" di internet che i carburanti vegetali sono una realtà a portata di mano potrebbe dare una scossa alla diffusione del biodiesel ufficiale, che rispetto all'olio di colza oltre a essere in regola con la legge dà maggiori garanzie per i motori grazie al processo di esterificazione che priva il carburante della glicerina. I vantaggi per la collettività sarebbero enormi.

Innanzitutto per l'ambiente e il portafoglio. Il biodiesel, una volta prodotto su larga scala, avrebbe prezzi molto competitivi e riduce drasticamente molte emissioni nocive: le polveri sottili, gli idrocarburi policiclici aromatici e lo zolfo, i nemici più temibili dell'aria delle nostre città, mentre l'anidride carbonica responsabile dell'effetto serra viene riassorbita dalla crescita delle nuove piante. Inoltre, a differenza del petrolio, l'Italia, per quanto in ritardo rispetto ad altri paesi europei, potrebbe soddisfare in proprio buona parte delle sue necessità di biodiesel. Un obiettivo auspicato dalla stessa Unione Europea che nella direttiva 30/2003 fissa per il 2010 in Italia un consumo di 800.000 tonnellate annue di biodiesel in grado di garantire una sostituzione compresa tra il 2% e il 5,75% del totale consumo di carburante con biocarburanti.
(16 marzo 2005)

BIOCARBURANTI

» Biocarburanti
di cosa si tratta?
» Biodiesel
l'alternativa verde al diesel
» I vantaggi del Biodiesel

» Le applicazioni del Biodiesel

» Olio di colza al posto del diesel
chi lo usa evade il fisco

» Le decisioni della Ue sui biocarburanti

» Bioetanolo
un valido sostituto della benzina
» Le accise sui carburanti
quali tasse paghiamo?




Comunicazione
dell’Assemblea plenaria del
  Comites 

Con la presente si comunica a tutte le Associazione Italiane nei Paesi Bassi che la prossima Assemblea plenaria del Comites  si terrá in data 26 giugno dalle ore 10.30 alle 16.00 presso

CENTRO ITALIANO EINDHOVEN


Willemstraat 57 – 5611 HC Eindhoven

Telefono:040-2434001




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7 maggio 2005

Il falso duello tra laici e cattolici di Claudio Magris

31 Maggio 2005
Per un Medio Oriente di pace: la visione socialdemocratica”.
Consiglio dell'Internazionale socialista
Tel Aviv e Ramallah: 23 – 24 maggio 2005


Il 23 e 24 maggio 2005 l’Internazionale Socialista ha tenuto – per la prima volta nella storia – la riunione del proprio Consiglio in Israele e nei Territori palestinesi (a Tel Aviv e a Ramallah), su invito e con l’organizzazione dei suoi partiti membri: Fatah palestinese, Partito laburista e il Partito Yachad di Israele.

La riunione del Consiglio (a cui hanno partecipato leaders politici e rappresentanti di quasi cento partiti) si è tenuta nel Medio Oriente per sottolineare l’impegno dell’Internazionale per la pace nella regione e per incoraggiare palestinesi e israeliani di muoversi sulla strada del dialogo e del negoziato, in un momento cruciale per il futuro della regione.

La Delegazione dei Democratici di Sinistra – guidata dal Segretario Piero Fassino e dal Presidente Massimo D’Alema – ha avuto un ruolo essenziale nell’organizzazione e nello svolgimento dei lavori.

Il tema del Consiglio è stato “Per un Medio Oriente di pace, per la democrazia politica ed economica: la visione socialdemocratica”.

Ai lavori, oltre ai leader dei partiti e dei movimenti palestinesi e israeliani, hanno partecipato il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il Presidente israeliano Moshe Katsav, sottolineando l’importanza storica dell’incontro e le nuove possibilità di pace.

La scelta dell’IS di compiere in questa fase la storica decisione di tenere il proprio Consiglio in cooperazione con israeliani e palestinesi (i tre partiti sono membri dell’Internazionale) fa fare un salto di qualità all’iniziativa della più grande ed estesa famiglia politica mondiale che già in passato ha svolto un ruolo decisivo nella regione, ad esempio contribuendo a creare le condizioni per gli accordi di Oslo.

Non sfugge la rilevanza del messaggio di partenariato tra le forze politiche palestinesi e israeliane che è stato dato con l’organizzazione congiunta dell’evento e con la partecipazione di delegazioni ad alto livello alle attività da entrambi i lati della “linea verde”.

Al termine dei lavori è stata adottata unanimemente una
risoluzione sulla “Democrazia e pace in Medio oriente” fortemente voluta dai partiti israeliani e palestinese, che ha avuto un grande impatto nelle due società e che intende essere un forte contributo politico agli sviluppi della situazione.


Luciano Vecchi
Responsabile esteri
Democratici di Sinistra





Senza Frontiere di Moises Naim *

Quando l'Onu fa da alibi ai dittatori

Cosa hanno da imparare l'uno dall'altro l'ambasciatore americano John Bolton e Robert Mugabe?


Lo riconoscono anche i più ardenti critici della globalizzazione: nel mondo di oggi sono sempre più numerosi i problemi che i singoli paesi non possono risolvere isolatamente. Quando il sushi diventa un fast-food globale, sale la domanda di tonno; e l'aumento dei consumi induce a forzare la pesca dei tonni, tanto da far temere l'estinzione della specie. Per evitarlo è necessaria una collaborazione internazionale.

La crescita dell'economia cinese comporta un'impennata della combustione di carbone, e tutti noi subiamo il conseguente inquinamento atmosferico. I problemi africani non si fermano in Africa: li ritroviamo nella maggior parte delle città europee dove gli africani approdano in cerca di un futuro migliore, o quanto meno dell'immediata sopravvivenza. L'Ucraina e il Pakistan sfornano scienziati in grado di fabbricare armi nucleari fin troppo facili da acquistare per chiunque abbia i mezzi per pagarle, con grave rischio per noi tutti. Se i ricchi americani consumano più cocaina, i governi del Perù, della Bolivia e della Colombia devono vedersela con i trafficanti, molto più ricchi e meglio armati dei rispettivi eserciti. Una crisi della sanità pubblica in una piccola città cinese fa esplodere l'epidemia della Sars, destabilizzando numerosi paesi, dal Sud-est asiatico al Canada. La svalutazione della moneta tailandese provoca la recessione economica in Russia.

Proviamo a pensare a come risolvere questi problemi senza una qualche forma di cooperazione internazionale, e presto andremo a scontrarci con un muro, che può essere intellettuale o fisico. Se il muro è intellettuale, è perché la soluzione di questi problemi richiede l'esistenza e l'intervento di organizzazioni internazionali. E come è noto, queste organizzazioni sono quanto di più inefficace e inefficiente sia stato creato fin qui dall'umanità.

A questo punto la nostra mente si affanna alla disperata ricerca di un'altra strada: un muro fisico, o una qualsiasi barriera in grado di tenere a distanza i problemi di altre nazioni.
Tanto per citare un esempio, è questo che il Congresso Usa ha fatto recentemente, quando ha deciso di costruire una gigantesca, lunghissima barriera al confine con il Messico, per impedire ai messicani di entrare clandestinamente negli Stati Uniti.

Ma purtroppo i muri e le barriere non hanno risolto i problemi del passato, né risolveranno quelli futuri. I muri però vanno benissimo per i discorsi. Da un lato offrono alla popolazione una rassicurazione psicologica; dall'altro forniscono ai politici i migliori slogan per spiegare ai loro elettori quanto stanno facendo per proteggerli dagli immigrati clandestini.

Ma che fare se le barriere fisiche non funzionano? A questo punto riemerge inevitabilmente la necessità di organizzazioni internazionali. E altrettanto inevitabilmente, la ricerca di soluzioni internazionali a problemi locali originati in qualche altro paese - o in qualche continente - induce frustrazione e pessimismo. Ma come potrebbe non essere così, se è difficile trovare un altro esempio di creazione umana più farraginosa e inefficace delle Nazioni Unite? John Bolton, candidato del presidente Bush alla carica di ambasciatore presso l'Onu, è arrivato a dire che "l'Onu è qualcosa di inesistente. Se dal palazzo di vetro di New York sparissero una decina di piani nessuno noterebbe la differenza".

Stranamente Robert Mugabe, l'orrendo dittatore dello Zimbabwe, è di tutt'altro parere, dato che ha fatto ogni possibile sforzo per far riconfermare al suo paese il seggio alla Commissione dell'Onu per i diritti umani. Peraltro si è semplicemente attenuto a una prassi collaudata da altri dittatori noti per le loro violazioni dei diritti umani, come ad esempio Fidel Castro: quella di evitare la condanna del proprio paese assicurandogli un seggio in quella Commissione di 53 Stati. Per loro, a quanto pare, l'Onu è tutt'altro che inutile. La recente conferma dei seggi dello Zimbabwe e del Venezuela alla Commissione per i diritti umani è una tragica conferma della sua bancarotta. Ma in un futuro molto prossimo l'Onu studierà la proposta di abolirla, per sostituire questo sistema ormai putrescente con una struttura più efficiente, trasparente e affidabile.

C'è da sperare che l'Organizzazione mondiale approvi questo cambiamento. Altrimenti c'è il rischio che John Bolton e Robert Mugabe abbiano molte cose da dirsi, e molto da imparare l'uno dall'altro.

*direttore di Foreign Policy Magazine
traduzione di Elisabetta Horvat

Questo articolo e`stato copiato da:
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=o&m2s=null&idCategory=4789&idContent=961320  in data 2 giugno 2005


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Published on Referendum fecondazione assistita e libertà di ricerca - legge 40

(
http://www.lucacoscioni.it)

Fecondazione: Il falso duello tra laici e cattolici

di Claudio Magris

I quesiti impliciti nella legge 40 e di conseguenza nei referendum abrogativi la cui votazione è stata indetta per il 12 e 13 giugno sono già abbastanza complessi perché ci si possa permettere il lusso di complicarli ulteriormente con questioni inesistenti, quali ad esempio la pretesa contrapposizione, sui temi in gioco, fra cattolici, o comunque credenti, e laici. Come ho avuto occasione di scrivere ripetutamente sul Corriere negli ultimi trent’anni e come non mi stancherò di ripetere, tale equivoca contrapposizione si fonda sulla crassa ignoranza del significato del termine «laico».
Esso non indica affatto l’opposto di «cattolico» o di «credente» e non indica, di per sé, né un credente né un agnostico né un ateo.

Laicità è un abito mentale, la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che può essere invece solo oggetto di una fede - a prescindere dal professarla o meno - e di distinguere le sfere di ambiti delle diverse competenze, ciò che spetta allo Stato e ciò che spetta alla Chiesa, ciò che compete alla legge e ciò che compete alla morale e così via.
La laicità non coincide con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine critica ad articolare le proprie convinzioni secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da alcuna fede religiosa o politica, senza cadere in un pasticcio, sempre oscurantista come tutti i pasticci. In tal senso la cultura - anche una cultura cattolica - se è tale è sempre laica, così come la logica - quella di San Tommaso o di un pensatore ateo - non può non affidarsi a criteri di pura razionalità e così come la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un santo della Chiesa, deve obbedire soltanto alle leggi della matematica. Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è stato Arturo Carlo Jemolo, cattolico fervente e religiosissimo e maestro di diritto e di libertà, il quale sapeva che il Vangelo può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può tradursi direttamente in articoli di legge, come pretendono gli aberranti fondamentalisti d’ogni specie; coerentemente, Jemolo avversava la scuola privata, confessionale o no. De Gasperi e Fanfani erano entrambi credenti, ma il primo era un politico laico e il secondo no; tante volte politici anticlericali si sono rivelati faziosi e intolleranti come i sanfedisti e dunque niente affatto laici, perché laicità significa anzitutto tolleranza, dubbio rivolto pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri.
Sulla questione dell’aborto, ad esempio, le parole più alte e più chiare le ha dette un grande laico come Norberto Bobbio in una memorabile intervista rilasciata a Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera l’8 maggio 1981. In un discorso pacato e argomentato con la sua magistrale intelligenza logica, etica e giuridica, Bobbio sottolineava il diritto fondamentale del concepito, si stupiva che i laici lasciassero ad altri «il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». Rispettoso della religione e della Chiesa ma estraneo a quest’ultima - ebbe infatti, per sua scelta, funerali civili - Bobbio non difendeva astrattamente la vita e ovviamente affermava il sacrosanto diritto di non voler avere figli e di non averne ossia di non concepire; riconosceva anche il diritto di disporre della propria vita e di rifiutarla: «Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui».
A confondere le idee sull’aborto ha contribuito non poco - non in linea di principio, ma nella propaganda di fatto - la Chiesa, abbinandolo indebitamente e scorrettamente alla contraccezione (favorendo così implicitamente l’equivoco di chi lo considera un sia pur spinto metodo contraccettivo) e parlando retoricamente di «vita». Non è la vita che va incensata, perché è discutibile che essa meriti ossequio; quel che è certo è che devono essere rispettati i singoli viventi, che non hanno chiesto di nascere né meritato di morire.
Non so se venire al mondo sia un bene o no; so che si deve rispettare e tutelare chi è venuto al mondo. La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte, una curve che procede verso il potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e intellettuale; una parabola che è esposta alle aggressioni delle malattie, della denutrizione, della violenza, delle carenze affettive, e non conosce soluzioni di continuità. Fra un neonato e un uomo di vent’anni c’è più differenza di quanto ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di gestazione o fra questo settimo mese e il quarto e così via. Ciò che varia è il rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è ovviamente ben più legati a un figlio di 3 anni che a un infante nato da un’ora, si soffre diversamente per una persona cara a seconda che muoia nel pieno delle sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in una stadio di età o di malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione con noi. Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro del diritto di un altro. Sono temi su cui, trent’anni fa, scrisse un memorabile articolo Pasolini.
Un laico - credente o no - dinanzi alla formulazione di una legge non deve essere condizionato da alcuna Chiesa, nè positivamente nè negativamente. Se la Chiesa cattolica impone nel terzo comandamento di santificare le feste, questa, per un credente o praticante, non è una ragione per imporre a sensi di legge di andare a Messa. Se la Chiesa nel quarto e nel settimo comandamento condanna l’omicidio e il furto, questa, per un ateo, non è una ragione per depennare giuridicamente il reato di omicidio o di furto. Il laico non si scandalizza se il cardinale Ruini o i democratici di sinistra suggeriscono di non votare a un referendum - come il primo ha fatto a proposito di quello del prossimo 12 giugno e i secondi hanno fatto a proposito del referendum del 15 giugno 2003 sull’articolo 18, perché entrambi hanno diritto di parlare e di venire ascoltati o tenuti in non cale, ma non hanno diritto di esercitare la minima pressione. Un laico si sarebbe augurato che il Tguno del 10 maggio scorso (ore 20), oltre a dedicare giustamente ampio spazio al Comitato del sì ai referendum, avesse almeno nominato il Comitato Scienza e vita, di orientamento opposto, e si augura che le argomentazioni di Angelo Vescovi, scienziato e biologo contrario alla manipolazione embrionale che ha ottenuto notevolissimi risultati in esperimenti con cellule staminali adulte vengano ascoltate, anche dai media, non meno (nè più) di quelle di rispettabili ma meno significativi prelati concordi con lui o di quelle di Carlo Alberto Redi, scienziato su posizioni antitetiche. E un laico si augura pure che, comunque la si pensi in merito alla liceità dell’aborto, nessuno lo consideri una giusta misura anticrimine, come ha fatto, in un peregrino articolo, l’illustre economista di Chicago Steven Levitt, secondo il quale l’aborto, eliminando bambini indesiderati, elimina future persone destinate a diventare, causa le loro carenze affettive, criminali. Come ha scritto sul Piccolo del 26 aprile Francesco Magris, sembra di leggere quel racconto di Philip Dick in cui s’immagina un mondo nel quale la polizia, grazie agli indovini, prevede i crimini futuri e punisce i loro futuri possibili autori prima che li abbiano commessi.
Anche lo tsunami, secondo questo modo di ragionare, ha eliminato, fra le sue vittime, probabilmente qualche possibile futuro delinquente come qualche possibile futuro genio. Ma non è così che ragiona la ragiona laica, vale a dire la ragione tout-court...


Claudio Magris

20 Maggio, 2005 - 12:00

Il Corriere della Sera


Appello e adesioni on line lanciato da un folto gruppo nazionale di Religiosi, Religiose e Cittadini cattolici



Appello per il rispetto della sacralità della coscienza
19.05.2005

Appello e adesioni on line  lanciato da un folto gruppo nazionale di Religiosi, Religiose e Cittadini cattolici

Appello per il rispetto della sacralità della coscienza in occasione del referendum del 12 e 13 giugno per la modifica della L. 40/2004 (procreazione assistita)

Sottoscrivi l'appello

"Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d´oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore". Non è forzato, per noi e per molti cristiani, di fronte al referendum sulla procreazione assistita questo riferimento alle parole iniziali della Costituzione pastorale sulla Chiesa promulgata "a perpetua memoria" dal Concilio. Perché questa partecipazione in solido alla condizione umana porta necessariamente a partecipare anche alla trasversalità interna a ognuna delle aggregazioni che si creano in base a contrastanti opinioni e opzioni politiche attinenti direttamente all´etica. Non si pone qui la questione di coalizzarsi in un solo schieramento. Compito dei vescovi è indicare valori, non imporre ai credenti scelte che competono alla coscienza e alla fede di ognuno. Ne va della autenticità e credibilità della loro solidarietà umana.

Il cristianesimo non è mai stato solo potere e lotta fra poteri. Il Vangelo e la profezia hanno incessantemente animato la crescita dell´umanità lungo l´asse dei valori democratici, fra cui il primato della coscienza, il pluralismo, l´etica della responsabilità. Che dire allora di questa chiamata all´ubbidienza verso l´autorità e all´appartenenza ecclesiale in occasione del referendum? Che ne è del primato della coscienza, che ne è del pluralismo, che ne è dell´etica della responsabilità? Che ne è della lettera e dello spirito del Concilio?

Vogliamo rileggere la magnifica apertura della "Costituzione dogmatica sulla Chiesa"? Il Concilio si serve di parole antiche, citando cioè il profeta Geremia e l´apostolo Paolo, per dire la parola nuova quasi rivoluzionaria che tanti, compreso in primo luogo Papa Giovanni, si aspettavano da tempo: "Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo...Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l´imprimerò; essi mi avranno per Dio e io li avrò per mio popolo... Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore" (Geremia 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. I Cor. II, 25)...".

Questo è scritto nel documento conciliare fondamentale. Se tutti hanno impressa nella loro mente e nel loro cuore la legge di Dio perché non dare fiducia agli uomini e alle donne? Perché non affidare la ricerca delle soluzioni più giuste al contesto della partecipazione democratica in cui coscienze responsabili si confrontano e infine trovano mediazioni politiche? Perché forzare le coscienze col principio di autorità per fare un fronte politico contrappositivo?

Si obbietta da parte dei vertici ecclesiastici che "I parlamenti che approvano e promulgano simili leggi (quelle che legalizzano l´aborto, ndr) devono essere consapevoli di spingersi oltre le proprie competenze e di porsi in palese conflitto con la Legge di Dio e con la legge di natura" (Giovanni Paolo II, Memoria e identità).

E´ vero che la democrazia non è esente da errori, da ingiustizie e da misfatti anche gravi. La guerra preventiva, ma si può dire la guerra senza aggettivi, è un esempio attuale eclatante che brucia a due anni dall´inizio della guerra contro l´Iraq. Ma la soluzione è il principio di autorità? Quando l´autorità ecclesiastica gestiva, direttamente o indirettamente, il potere civile non ha forse commesso gli stessi errori e misfatti e massacri?

No, la soluzione al problema del rapporto fra la legge umana imperfetta e la legge divina perfetta non è l´appello al principio di autorità, non è il ritorno al primato dell´appartenenza, non è un nuovo intruppamento dietro il potere che si fa scudo di Dio. La risposta è quella di Gesù: la profezia disarmata, la testimonianza che rifiuta il potere e che allontana da sé la tentazione stessa del potere. Lo indica bene l´apostolo Paolo in una sua lettera: "(Gesù) pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce".



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FEDERICO ORLANDO RISPONDE

Cara Europa, il ministro Pisanu dice che «Il calcolo del quorum nel referendum sulla procreazione assistita terrà conto degli italiani all’estero». Tradotto: per sapere se avrà votato il 50,01 per cento degli aventi diritto, dovremo sommare gli elettori residenti e quelli non residenti. Questi, dovendo votare per corrispondenza, cominceranno a farlo il 20 maggio, in modo che il loro voto possa essere conosciuto la sera del 13 giugno, quando saranno aperte le urne vere in Italia. Il ministro dell’Interno aggiunge: «È in via di completamento il lavoro per ripulire i due elenchi degli italiani all’estero, veri?cando in maniera documentale la coincidenza della condizione di italiano all’estero con quella di iscritto all’anagrafe del Comune di origine. Questo lavoro è praticamente terminato e mancano solo i casi più controversi». Abbia pazienza il ministro Pisanu, ma quanti sono i casi controversi? Ce lo può dire? E se resteranno controversi ?no al 20 maggio, e magari oltre, i “controversi” saranno ammessi a votare o invitati a desistere?
LAURA BONFANTINI, MILANO

 Cara signora, c’è un’antica tradizione nazionale di elezioni contestate: dai referendum o plebisciti del 1860 per l’annessione degli ex Stati italiani al nuovo Regno d’Italia, al referendum del 2 giugno 1946 quando si parlò di schede pre-votate per la Repubblica e la confusione era tale che addirittura al Quirinale furono recapitati due certi?cati elettorali per la sorella del re, Jolanda; per non parlare del referendum del 1999 sull’abolizione della quota proporzionale, che mancò il quorum per poche migliaia di voti. Si scoprì che le liste elettorali, in base alle quali fu dichiarato non raggiunto il quorum del 50,01 per cento, erano zeppe di ultracentenari emigrati all’estero da decenni e defunti in paesi stranieri. Cosa vuole, cara signora, non dimentichi la storia d’Italia, non dimentichi che, quando Garibaldi arrivò a Napoli, per far convincere i napoletani a stare buoni e votare l’annessione al nuovo Regno, non trovò nulla di meglio che affidare il ministero dell’Interno a Romano Liborio, capo dei camorristi.
È evidente che, se la pulizia delle liste elettorali è doverosa in caso di elezioni politiche e amministrative, è addirittura indispensabile in caso di referendum, per la cui validità è ?ssato un quorum, la metà più uno degli iscritti. Tutti gli iscritti fasulli – scomparsi, morti, duplicati, inventati, irreperibili – vanno furfantescamente nel conto dei non votanti, e rendono assai più problematico il raggiungimento del quorum. Voglio pensare che stavolta non corriamo il rischio del 1999, perché il non raggiungimento del quorum è obbiettivo di una parte del mondo ecclesiale, che, essendo timorato di Dio, non può permettersi di fare peccati, né appro?ttare dei peccati altrui di truffa od omessa vigilanza.
Fra il nostro interesse laico ad avere uno Stato efficiente e l’interesse ecclesiastico ad avere uno Stato non peccatore,dovremmo poter dormire fra quattro guanciali.
Tuttavia, siccome a pensar male si fa peccato ma talvolta s’indovina, come ci ha insegnato uno statista cattolico, sarà bene che i cittadini, interessati al raggiungimento del quorum, e anche quelli interessati a non raggiungerlo ma con mezzi onesti, vigilino nei loro comuni, controllando le liste elettorali, e denunciando all’autorità giudiziaria i casi di “morti e fantasmi” ancora iscritti o, come li chiama Pisanu, i «casi controversi». Pisanu fra l’altro sa che la responsabilità è sua se vengono inviati certi- ?cati elettorali a morti, a fantasmi, a persone che hanno fatto perdere le tracce. Ma ad essere in ritardo nel garantire la legalità non c’è solo Pisanu. C’è anche il servizio pubblico radiotelevisivo, Mamma Rai, che non si limita a rinviare i suoi spot per spiegare il referendum, ma prova anche a delinquere alterando il signi ?cato della competizione: tant’è che il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza ne ha dovuto bloccare uno in cui si diceva che, in caso di abrogazione dei limiti della ricerca clinica sugli embrioni, sarebbe consentita la «clonazione umana » a scopi terapeutici. Al contrario, sarebbe consentita la «clonazione di cellule staminali a scopo terapeutico». Ecco come funziona la tecnica terrorista. Hanno un nome e cognome questi manipolatori? O si tratta soltanto di ignoranti? In tutti e due i casi, che ci fanno nel servizio pubblico?

Fecondazione di Stato

                                                                              
di
Marisa Fiumanò
Sono anni che in Italia si discute di una legge che regolamenti la procreazione assistita, che non si riesce a coagulare due schieramenti compatti e contrapposti: quello di destra, oscurantista e quello di sinistra libertario, lo schieramento di destra e quello cattolico contro tutte le forme di fecondazione che non siano omologhe, cioè interne alla coppia, e quello di sinistra favorevole al donatore di sperma e alla donatrice d’ovuli, alla coppia gay così come alla single, alla scelta dell’ovulo e dello sperma migliore e via dicendo.

In Italia, vuoi per il femminismo tenace che ha conquistato anche le donne dei partiti moderati o addirittura illiberali, vuoi perché la matrice cattolica è meno radicata di quanto sembri, vuoi perché la questione riguarda soprattutto le donne, e le donne non sono mai tutte irreggimentabili, né a destra né a sinistra, insomma per tutte queste e altre ragioni le proposte di legge si sono trascinate per anni senza che su nessuna si trovasse un accordo e fino a che, a causa del governo attuale, per esaurimento di energie o ancora perché tutti sono consapevoli che l’applicazione di norme restrittive in materia è ampiamente raggirabile, alla fine è stata approvata una legge proibizionista.
Sono insorte le donne sia da destra che da sinistra e lo scontro politico si è trasformato in scontro fra i sessi. Alcune, come l’onorevole Alessandra Mussolini, non si sono arrese alla linea del loro partito: indignarsi perché Fini osa criticare nonno Benito non le impedisce di considerare la legge misogina e irrispettosa della libertà delle donne.
Aporie della fecondazione assistita.
La legge è passata anche con l’appoggio di una parte della sinistra cattolica e moderata. Ora le insoddisfatte e la sinistra più sinistra minacciano il referendum.
In questa bagarre in cui si litiga a colpi di ideologia o in nome della “ragione scientifica” (tutelare l’embrione, come vuole la legge, significa bloccare la ricerca; impiantare tutti gli ovuli, anche se difettosi, significa mettere un’ipoteca sulla salute del nascituro, ecc.), nessuno si preoccupa di interrogarsi sulla natura della domanda delle donne o delle coppie cosiddette sterili, né sul perché questa benedetta fecondazione assistita, che si pratica sugli animali da più di un secolo e che da più di un secolo sarebbe applicabile anche agli uomini, riscuota all’improvviso tanto successo.
Gli italiani stanno forse diventando sterili? Oppure siamo di fronte a una sessualità sofferente, a una difficoltà aggravata nei rapporti fra uomini e donne?
L’offerta tecno-scientifica incontra in questo disagio accentuato una clientela spesso smarrita e dolorante e perciò pronta a credere nel miracolo.
Mi è capitato di ricevere coppie cosiddette sterili che avevano rapporti sessuali pressoché inesistenti oppure donne perfettamente sane sia organicamente che fisiologicamente eppure infertili per motivi puramente psichici.
Non sarebbe bastata una buona normativa sanitaria per proteggere donne e futuro bambino? Non sarebbe il caso di istituire dei luoghi in cui degli psicanalisti (si, proprio loro) possano ascoltare che cosa davvero chiedono queste donne e uomini smarriti quando si rivolgono alla tecniche riproduttive? Non sarebbe il caso di interrogare i saggi, se ancora ce ne fossero, per capire cosa è successo dal momento in cui gli uomini hanno cominciato a manipolare la procreazione? E di capire perché sempre meno vogliamo avere a che fare con l’irriducibilità del non-rapporto sessuale e facciamo del desiderio di bambino, talvolta, il nostro alibi?

Marisa Fiumanò
psicanalista dell’Association Lacanienne Internationale,
direttore del Laboratorio Freudiano – Milano

Fonte: http://www.freudlab.it/archives/000034.html

14 Maggio 2005

LA GUERRA DEI POZZI (DELL'ENI)

Roma, 14 Maggio 2005. Un'inchiesta trasmessa da RaiNews24 sulla presenza italiana a Nassiriya e un dossier del governo italiano mostra come fu pianificata l'entrata in guerra contro l'Iraq a fianco degli Usa già 6 mesi prima dell'inizio dell'emergenza umanitaria, per sfruttarne il petrolio. Foto, mappe e documenti sull'attivita' del contingente italiano mostrano che la presenza dei militari italiani a Nassiriya abbia come chiaro obiettivo quello di proteggere oleodotti e raffinerie di petrolio, in una zona ricchissima di giacimenti. Anche di uranio.
Il giacimento di Nassiriya, il quinto in ordine di importanza in Iraq con riserve stimate tra i 2,5 i 4 miliardi di barili. Le immagini del reportage di RaiNew24 mostrano la raffineria di Nassiriya, e mostrano come i soldati italiani abbiano scortato migliaia di bidoni di petrolio e protetto zone ricche di giacimenti, anche giacimenti di uranio. Il confine di competenza italiana in Iraq comprende, guarda caso, proprio la raffineria di petrolio, il punto di stoccaggio e le paludi sotto cui risiedono i giacimenti petroliferi da sfruttare.
Il reportage contiene interviste alla vedova Intravaia (vedova di uno dei 19 italiani morti nell'attentato di Nassiriya), a Marco Calamai - ex consigliere speciale della SPA (amministrazione provvisoria) dimessosi in seguito all'attentato a Nassiriya che fra le altre cose denuncia la cattiva prassi degli americani di non coinvolgere gli iracheni nell'amministrazione "dal basso" della cosa pubblica. A Calamai si aggiunge la testimonianze di Benito Li Vigni - ex dirigente Gruppo Eni ed ex collaboratore di Enrico Mattei, autore del libro "Le guerre del petrolio", che illustra l'enorme quantitativo potenziale di giacimenti petroliferi realmente presenti in Iraq (che l'Eni appurò essere superiori a quelli dell'Arabia Saudita); Li Vigni testimonia gli accordi tra Iraq ed Eni in merito ai giacimenti di Nassiriya risalenti agli anni '70 e segnala la strana coincidenza tra la presenza dei soldati italiani a Nassiriya e la presenza del giacimento petrolifero destinato all'Eni (il cui 30% è ancora di proprietà dello Stato italiano).

Soldati italiani in Iraq


Da RaiNews 24 Claudio Gatti - corrispondente da New York per il Sole24Ore, nel video racconta (fonti alla mano) perchè l'obiettivo dell'attentato di Nassiriya non fossero i carabinieri, ma piuttosto l'operatore economico presente in quella zona, ovvero l'Eni.
Infatti, il giorno dell'attentato, l'amministratore delegato dell'Eni, Mincato, dichiarò all'agenzia ANSA che la possibile presenza dell'Eni a Nassiriya sarebbe slittata al 2004 proprio a causa di problemi legati alla "stabilità" della zona. A Gatti si aggiunge l’intervista a Elettra Deiana - parlamentare di RC membro della Commissione Difesa, e a vari testimoni della base italiana in Iraq.


Di fatto il Governo sapeva tutto


Il 22 ottobre 2003 alcuni parlamentari si recarono in visita a Nassiriya incontrando l'ambasciatore italiano a Bagdad, che illustrò ai parlamentari circa la presenza militare italiana finalizzata agli affari del petrolio, in maniera diretta e addirittura "ovvia". Anche la cosiddetta missione "Antica Babilonia" fu giustificata "ufficialmente" come missione con motivi "culturali" legati alla presenza di siti archeologici.... in realtà la scelta della base italiana fu dettata proprio da ragioni completamente estranee alla missione culturale-umanitaria per le quali i soldati furono mandati.


Le cifre


Venne finanziata la costruzione di un ospedale a Bagdad sorvegliato da 30 carabinieri e poi vennero inviati altri 3.000 soldati italiani a Nassiriya. Le cifre: l'ospedale a Bagdad costò 21 milioni di euro, mentre i soldati italiani a Nassiriya costarono 232 milioni di euro.... a spese dei contribuenti italiani. Il reportage mostra anche un dossier del Ministero delle Attività Produttive (che il governo aveva precedentemente ufficialmente ignorato) risalente a 6 mesi prima dell'inizio della guerra, ovvero della prevista "emergenza umanitaria" da soccorrere.
Tale dossier governativo indica il luogo migliore per una presenza italiana in Iraq e viene indicato proprio Nassiriya. Si parla del petrolio e di un affare da 300 miliardi di dollari. Nel dossier si descrive l'Iraq come una specie di eldorado e che "l'obiettivo del governo e delle istituzioni coinvolte è quello di mantenere l'Italia tra i 4 migliori fornitori dell'Iraq per il futuro". Guarda caso ben 15 delle 19 pagine del "dossier Iraq" del governo parlano di petrolio.
Nel dossier del governo si legge anche dei retroscena internazionali, degli accordi fatti tra Usa, Cina, Francia e Russia per lo sfruttamento del petrolio iracheno dopo la guerra, che ancora non era iniziata. Infatti, la guerra in Iraq scattò solo 6 mesi dopo quel documento. L'affare Iraq fu pianificato: l'affare sporco in Iraq è un affare a cui il governo italiano si è scrupolosamente attenuto. Non una guerra "preventiva", dunque, ma una guerra premeditata.
Immediata la reazione dell’organizzazione “Un Ponte per” che aveva gia denunciato il vero motivo della presenza italiana a Nassiriya all’indomani dell’attentato nel novembre 2003. “Tutte le frottole sulla “operazione umanitaria” e sul “portare la democrazia” si sgonfiano come quelle sulle armi di distruzione di massa: già sei mesi prima delle guerra, mentre gli ispettori dell’Onu erano in Iraq, il Consiglio di Sicurezza discuteva, il Governo stava già studiando dove mandare le proprie truppe. Ci chiediamo se ora l’ENI assumerà la responsabilità che le compete nei confronti delle famiglie che hanno perso un congiunto per sorvegliare i suoi barili di petrolio e nei confronti dei civili iracheni rimasti vittime nella “battaglia dei ponti”.
Ci chiediamo se il Governo ammetterà di aver mentito agli italiani sugli obiettivi della presenza a Nassiriya e sul fatto che la discussione sull’invio delle truppe era una pura copertura di decisioni già prese. Invitiamo tutto il popolo della pace a mettere in atto una diffusa campagna di denuncia e di boicottaggio non-violento dell’ENI, come sta facendo da tempo il movimento pacifista statunitense con le multinazionali Bechtel e Halliburton.
[*Fonte: "Unimondo"]


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Lettera di Piero Fassino al direttore di La Repubblica

ROMA, 12 MAG -

Caro direttore, negli stadi si ascoltano cori che scandiscono slogan antiebraici e antisemiti, come avvenuto l'altro giorno in occasione della partita tra Acilia e la squadra del Maccabi, da parte di gruppi di destra che esibivano croci uncinate e invocavano "i forni". Mesi fa un gruppo dei collettivi autonomi ha impedito all'ambasciatore di Israele di parlare in un'aula dell'Università di Firenze. Qualche settimana fa a Torino lo stesso è accaduto al vice ambasciatore che è potuto intervenire solo perché protetto dalla polizia e qualche giorno dopo la docente che aveva organizzato l'incontro ha subito pesanti intimidazioni. Periodicamente vi è chi propone di boicottare le relazioni con università israeliane. Brutti, bruttissimi segnali. .

E' fin troppo naturale - nel 60° anniversario della liberazione dal fascismo, dal nazismo e da quella guerra che conobbe l'enorme orrore della shoah - chiedersi come sia possibile che tornino parole e atti lugubri che hanno causato tanti lutti, sofferenze e atrocità. "Il ventre immondo è sempre fecondo" scrisse all'indomani della Seconda Guerra Mondiale Bertold Brecht. Credo che tutti dobbiamo sentire il dovere di non accettare in nessun luogo e in nessun momento il riemergere di manifestazioni di antisemitismo e antiebraismo. E bene ha fatto il sindaco di Roma a promuovere iniziative di reazione all'aggressione subita dal Maccabi.

E' un antisemitismo che oggi, in particolare, si alimenta della delegittimazione morale dello Stato d'Israele e nella negazione agli ebrei del diritto ad affermare la loro identità di nazione.

E, dunque, per combattere quelle forme di antisemitismo diventa essenziale guardare a Israele e al conflitto israelo-palestinese con animo libero da manicheismi e pregiudizi. In Medio Oriente non sono in conflitto un torto (Israele) e una ragione (i palestinesi). In quella terra martoriata sono in conflitto "due ragioni": il diritto sacrosanto di Israele a vivere nelle certezza del suo futuro e senza paura dei suoi vicini; il diritto, altrettanto sacrosanto, dei palestinesi ad avere una patria e uno Stato indipendente. Solo riconoscendo la piena legittimità di questa doppia aspirazione si avrà pace in Medio Oriente. È la storia a dircelo. C'è stata una lunga fase - tra il '48 e il '91 - nella quale sia ebrei, sia palestinesi, hanno pensato che ciascuno avrebbe potuto affermare il proprio diritto solo negando il diritto dell'altro. Il risultato sono state cinque guerre, una intifada e una sequenza inarrestabile di sofferenze e lutti. La possib ilità di dare a quei popoli pace si ebbe solo quando - soprattutto tra il 91 e '95 - si affermò in ciascuno dei due protagonisti la convinzione che il proprio diritto si sarebbe meglio affermato non contro, ma insieme al diritto dell'altro. E difatti quelli furono gli anni della Conferenza di Madrid, dei colloqui di Oslo e dell'intesa di Washington tra Arafat e Rabin.

L'assassinio di Rabin prima e poi il fallimento del generoso tentativo di mediazione di Chiton a Camp David hanno richiuso quella speranza. Ed è tornata prepotente in entrambi i campi la tentazione di far prevalere le proprie ragioni negando quelle dell'altro, come si è visto in questi anni scanditi da terrorismo, occupazioni militari, rappresaglie e conflitti acutissimi.

Oggi una nuova finestra di opportunità si apre. La elezione di Abu Mazen e la formazione del governo Sharon-Peres costituiscono una formidabile - forse l'ultima - occasione per costruire quella pace per decenni invocata e inseguita. Serve che ebrei e palestinesi tornino a parlarsi, a riconoscersi, a condividere le soluzioni del loro destino. E serve che chi vuole sostenere la pace non solo non compia nessun atto che la ostacoli, ma neanche accetti comportamenti - come quelli da cui ho tratto spunto per questo articolo - che alimentino intolleranza e nuovi conflitti.

Tra qualche settimana l'Internazionale Socialista riunirà tutti i suoi leader a Tel Aviv e a Ramallah, per rendere evidente il sostegno alle ragioni del dialogo e di una pace fondata sul reciproco riconoscimento. E' un atto concreto. Tanti altri se ne possono fare. Far vincere la tolleranza, il dialogo, i diritti di ciascuno è anche una nostra responsabilità.

Piero Fassino






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28 aprile 2005

http://www.lilligruber.net/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=912&sid=2


 
 
 


Il Corriere della Sera
Giovedì 21 Aprile 2005 - 10:00

Islam l'Europarlamento blocca il film di Van Gogh

Giuseppe Sarcina

Tutto pronto nella sala stampa del Parlamento europeo: schermo, proiettore, pubblico. L' eurodeputato della Lega, Mario Borghezio ha invitato colleghi e giornalisti per vedere «Submission», il cortometraggio di Theo Van Gogh, il regista olandese assassinato nel novembre scorso da un estremista islamico. Ma a metà mattinata arriva lo stop del «questore responsabile per la sicurezza», Jim Nicholson: mettete via la pellicola, la proiezione non è autorizzata.
   
LE RAGIONI DEL NO - Nella lettera del «questore» ci sono due spiegazioni. La prima: il produttore del film, Gijs van de Westeleken, amministratore delegato della «Column Productions» di Amsterdam, ha mandato un' e-mail ultimativa in cui nega «il permesso di riprodurre con qualsiasi mezzo il film "Submission" di cui la "Column Production" possiede i diritti», minacciando «pesanti conseguenze legali» a carico di Borghezio. Il vero problema, però, emerge nelle ultime righe della comunicazione ufficiale: «La natura controversa del film è tale da provocare turbative all' ordine pubblico all' interno del Parlamento e potrebbe persino mettere in gioco la sicurezza a lungo termine dello stesso Europarlamento». Dunque, come è chiaro, la questione non è solo legale (il rispetto del copyright»), ma è soprattutto di opportunità politica in senso generale. Quello che preoccupa è il contenuto del film, il monologo della donna musulmana che mostra la schiena nuda vergata dai versetti del Corano, che racconta la «sottomissione» al marito, gli abusi sessuali dello zio e termina, sgomenta, davanti al «silenzio» di Allah.
   
LA LEGA ATTACCA - Il «no» dell' Europarlamento scatena i leghisti e fa nascere un caso polemico. Il film viene trasmesso comunque, «in forma privata», negli uffici della Lega. Borghezio parla di «censura», di decisione «incomprensibile», visto che «il cortometraggio è stato trasmesso l' agosto dell' anno scorso dalla televisione olandese ed è visibile su Internet». Da Roma è arrivato anche il deputato del Carroccio Edoard Ballaman: «L' opera di Van Gogh non aveva un intento offensivo. Censurarla significa cedere al ricatto di chi ha ucciso il regista». L' altro eurodeputato leghista, Matteo Salvini, restringe e "italianizza": «Penso a Santoro, alla Gruber, sempre pronti a denunciare la censura in Italia. Bene, vorrei che oggi lo facessero a livello europeo». I due ex giornalisti, eletti con la lista dell' Ulivo, rispondono a stretto giro di posta. Santoro nell' intervista pubblicata qui sotto, Lilli Gruber in questi termini: «Innanzitutto non accetto lezioni di libertà da personaggi le cui dichiarazioni sono nel segno dell' intolleranza e del razzismo. Dopodiché non capisco come si possa parlare di censura visto che il produttore non ha autorizzato la visione del film: è evidente che i questori non potevano fare diversamente».

CLUB E IMMUNITA' - Molti europarlamentari, pur sollecitati, preferiscono non commentare, oppure c' è chi, come Daniel Cohn-Bendit, vuole «capire bene che cosa è successo». Borghezio cita il radicale Marco Pannella «che ci ha fatto avere il suo sostegno». Dal centro sinistra l' austriaco Johannes Swoboda, vice-capogruppo del Pse, difende la scelta dei Questori: «A parte il divieto del produttore, bisogna riflettere sul fatto che l' Europarlamento non è un cineforum, un club privato. Non possiamo accettare che un film diventi lo strumento per una manifestazione politica». Ma un altro austriaco, Hans Peter Martin, ex socialdemocratico, oggi «indipendente», noto per le sue campagne antiscandalo e per la promozione della «trasparenza» la vede in modo opposto: «L' Europarlamento è proprio il luogo per sollevare questi temi, perché assicura l' immunità ai deputati. Con questo divieto si restringe lo spazio di libertà
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27 aprile 2005

Israele e Palestina PACE, PACE, PACE !

8 Febbraio 2005
Il vertice della speranza
Raggiunto l'accordo per il "cessate il fuoco"


Dopo quasi due anni, il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen si sono nuovamente incontrati a Sharm el-Sheikh per impegnarsi solennemente contro la violenza e rilanciare il processo di pace. L’incontro è stato organizzato dal presidente egiziano Hosni Mubarak e vi prende parte anche re Abdallah di Giordania. Rispetto al giugno del 2003, oggi le cose sono profondamente cambiate. Mahmud Abbas (questo il nome di battaglia di Abu Mazen) non è più primo ministro ma è il presidente successore di Arafat, eletto democraticamente dal popolo palestinese. Inoltre Sharon, con l’appoggio di Peres e della sinistra israeliana, ha dato vita a un nuovo governo e inizio al piano di evacuazione dalla striscia di Gaza.

In occasione del summit Israele ha elevato lo stato di allerta nel timore di attentati palestinesi e ha rafforzato i posti di blocco nella zona di Nablus (Cisgiordania) dopo aver ricevuto informazioni relative a un possibile attacco. C'è tensione anche in due carceri israeliani (Beer Sheva e Megiddo), dove molte centinaia di detenuti palestinesi invocano la loro liberazione. In alcune strade di Tel Aviv, estremisti di destra hanno scritto «Sharon traditore» perchè intenzionato a sgomberare fra alcuni mesi la intera striscia di Gaza.

Fra gli israeliani e fra i palestinesi si vive comunque oggi un momento di cauto ottimismo. La stampa palestinese precisa che Sharon ed Abu Mazen hanno già concordato in principio la liberazione di 900 detenuti, il passaggio al controllo dell’Anp di cinque città cisgiordane, la riapertura di valichi, la rimozione di posti di blocco e anche l’inizio di lavori di costruzione del porto di Gaza oltre che la proclamazione di una tregua tra israeliani e palestinesi. La stampa israeliana sostiene che si tratta del «Vertice della Speranza» e anche della «Festa di conclusione della intifada armata».

I protagonisti del summit sono giunti a Sharm el-Sheikh nella tarda mattinata fra imponenti misure di sicurezza, e sono subito scomparsi alla vista dei giornalisti. Subito dopo l'arrivo i due premier si sono appartati per circa un’ora con il presidente Mubarak. Dopo il faccia a faccia tra Sharon e Abu Mazen si è tenuto il vertice a quattro, alla fine del quale i quattro statisti hanno letto ognuno la propria dichiarazione.

«Abbiamo concordato con il primo ministro di mettere fine a tutti gli atti di violenza contro gli israeliani e contro i palestinesi, ovunque essi si trovino», ha detto Abu Mazen nella sua dichiarazione. Contestualmente Sharon ha dichiarato: «Israele cessarà tutte le operazioni militari contro i palestinesi in tutte le aree. Oggi sarà il giorno che rilancerà il processo verso un futuro migliore che ci porterà alla pace e al reciproco rispetto in Medio Oriente».

Sharon ha poi proseguito «Abbiamo l'opportunità di lasciarci alle spalle un sentiero di sangue che è gravato su di noi negli ultimi quattro anni». Il premier israeliano ha tuttavia sottolineato che si tratta di «un’opportunità fragile» per la pace, perchè resta l'incognita degli «estremisti» che lavorano per fare deragliare questo nuovo processo.

Abu Mazen, era riuscito nelle ultime settimane a fare accettare una tregua di fatto ai movimenti radicali palestinesi, così da favorire la ripresa dei colloqui con Israele. Muovendosi con determinazione ha poi varato un piano, appoggiato dal governo israeliano, che ha consentito di dispiegare lungo tutto il confine della Striscia di Gaza con Israele forze di sicurezza palestinesi per arginare gli attacchi di razzi contro insediamenti ebraici.

Ma il movimento radicale che ha guidato questi quattro anni di intifada contro l'occupazione israeliana non ha ancora accettato formalmente un cessate-il-fuoco e Abu Mazen deve ancora dimostrare di avere la forza e gli strumenti per attuarlo.

Ma l'incontro di Sharm el-Sheikh sancisce comunque una rinnovata volontà dei nuovi protagonisti di trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese lungo le linee tracciata dalla 'roadmap', la tabella di marcia definita dal quartetto di mediatori di Usa, Russia, Ue e Onu, che porterà alla nascita di uno Stato palestinese.

«La calma che attualmente sta prevalendo nei nostri territori segna l'avvio di una nuova era, l'avAl termine di un voto molto contrastato, la commissione parlamentare per la finanze ha infatti approvato oggi (con dieci voti a favore e nove contrari) la legge relativa al ritiro da Gaza e agli indennizzi che spetteranno a circa ottomila coloni. In commissione i deputati di destra avevano tentato in tutti i modi di affossare quella legge, che adesso invece sarà presentata alla seconda e terza lettura, così come desiderava Sharon.

Decisivo è risultato il voto del deputato comunista arabo Mohammed Barake, che ancora questa mattina aveva preannunciato una astensione. Il suo comportamento ha scatenato la reazione adirata di alcuni deputati nazionalisti. «Ebrei espellono ebrei dalle loro case col voto di arabi» ha esclamato indignato il parlamentare Yehiel Hazan che pur essendo un membro del Likud si oppone alla politica di Sharon. Dopo aver appreso questi sviluppi, Sharon ha potuto confermare ai dirigenti arabi di essere «più determinato che mai» a realizzare il ritiro da Gaza. vio di una pace agognata», ha affermato Abu Mazen. «Quanto abbiamo annunciato oggi è l'attuazione della prima fase della roadmap e un passo essenziale che ci darà la possibilità di rimettere in carreggiata il processo di pace. Dà ai due popoli speranza e fiducia sulla possibilità di riuscire a conseguire la pace».

Mentre il premier israeliano Ariel Sharon era impegnato nell'importante vertice di Sharm el- Sheikh, da Gerusalemme è stato informato che aveva vinto una importante battaglia parlamentare relativa al ritiro da Gaza.





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